Prada inventa il negozio culturale

01/03/2001

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La moda va in crisi d’identità
Prada inventa il negozio culturale

Quasi non c’è più bisogno di abiti e stilisti, ma di una quantità immensa di merce

NATALIA ASPESI


Milano — La moda, disorientata, si adatta ai tempi, e i tempi, disorientati, si aggrappano alla moda. Ma la moda, ugualmente, non ce la fa. E infatti in questi giorni intasati da un numero horror di sfilate per la moda 2002, non le sono bastati per riprendere fiato Stephanie di Monaco o Amanda Lear tra gli stanchi ospiti, nè in passerella la culona Joanna Bush, nipotina scriteriata del presidente americano, e neppure il raccapricciante abito di capelli addosso a una modella molto incavolata (Dal Verme) o le stuzzicanti marinarette della corazzata Potemkin con stella bolscevica ritagliata sul torace nudo (Stephan Janson). La moda non è riuscita a fare notizia, proprio quando, per eccesso di ottimismo, aveva deciso di occupare undici giorni della vita della città e di buttare sul mercato centinaia di marchi di ogni tipo, dai sublimi agli accattoni. Perché il cuore degli italiani era obnubilato e turbato da eventi virtuali e straripanti come il festival di Sanremo e dalla tragedia di Novi Ligure: a Sanremo i cantanti esibivano voci sibilanti e abiti firmati, e il rapper sprezzante di cui da giorni si decantava compiaciuti la filosofia nazi, gesticolava insensatamente dentro vestiti di spazzatura giovanile, mentre una ragazzina killer di Novi annunciava serena ai magistrati che il suo massimo divertimento è lo shopping, il possesso di cose di moda. La moda e le mode sono quindi ormai andati oltre le costose e rumorose sfilate, le modelle divinizzate dalla pubblicità, le anziane celebrità che gli stilisti amano avere in prima fila perché bravissime a celebrarli, le feste per pochi privilegiati che risultano poi essere cinquemila, le star americane che passano dal mondo del lusso a quello della beneficienza e poi della canzonetta perdendo ogni supposto fascino. La moda si smorza e si incupisce nei suoi riti tradizionali perché sta diventando un’ideologia e cerca un modo diverso di autorappresentarsi. In un certo senso non ha più bisogno di vestiti, né di stilisti, ma di una quantità immensa e continuamente rinnovata di merce e di luoghi che diventino il teatro, la piazza, il parco dei divertimenti di quella folla di giovani allevati al consumo come stile di vita, come felicità. «E’ inutile nascondersi la verità, far finta che non sia così: oggi il commercio, il vendere e il comprare, sono la realtà più forte. Tanto vale guardarci dentro». Dice Miuccia Prada, e Rem Koolhaas, architetto olandese e docente all’università di Harvard conferma: «Il mondo è sempre più invaso dai negozi, il panorama delle città è fatto ormai da esposizioni ininterrotte di merce. Io avevo affrontato il problema con i miei studenti che in due anni hanno portato a termine una ricerca sullo stato attuale e sulle future implicazioni dei consumi. Assieme alla signora Prada, abbiamo deciso di studiare nuovi luoghi in cui si possano intrecciare consumo e cultura». Per vendere sempre di più, imprigionare e lusingare la gente, trattenerli in un paradiso di solo shopping fuori dal quale la vita sembrerà sbiadita? «Noi non ci siamo messi a tavolino per studiare come vendere di più, sono progetti che non riescono mai. Semplicemente vogliamo andare avanti, sperimentare». Dice Prada. La moda che presenterà oggi potrà già essere messa in vendita alla fine dell’anno nel nuovo spazio di New York che occuperà due piani del museo Gugenheim a Soho: sono abiti e cappotti che ricordano la lineare grazia di Courrèges, il sarto che a metà degli anni ‘60 inventò uno stile definito ‘spaziale’ e fece scandalo imponendo la minigonna per le signore dell’alta moda mentre quelle per ragazze di Mary Quant invadevano i grandi magazzini. Dopo la sfilata in uno dei nuovi giganteschi luoghi del marchio, si inaugurerà la mostra "Projects for Prada: Works in progress", che celebra con modellini e pezzi in dimensione reale il processo creativo di Koolhaas per i megastore di New York, San Francisco e Los Angeles e di Herzog & de Meuron (quelli della Tate Modern) per il negozio di Tokio, gli uffici a New York e il centro produttivo a Terranuova di Arezzo. Gli spazi di vendita potranno scomparire e trasformarsi in teatro, ogni due anni un artista sarà chiamato a lavorare sulle grandi pareti, la merce scorrerà sui tapis roulant degli aeroporti, le cabine potranno diventare trasparenti, saranno fornite di una cinepresa per consentire alle clienti di rivedersi e decidere, mentre col computer potranno richiedere al magazzino taglie e colori diversi. A parte le meraviglie architettoniche e tecnologiche, il progetto di questo specie di paese di Bengodi dell’acquisto mette a disagio, fa un po’ paura, come fosse sotto l’apparenza di un gioco curioso, una tagliola da cui non liberarsi più. Dice Armando Mammina, direttore di ModaMilano: «La moda sta diventando invasiva perché la gente non le chiede più di fornire solo vestiti, ma anche benessere, piacere, divertimento, un modello del bel vivere rassicurante che eviti le responsabilità delle scelte. E’ per questo che stilisti come Giorgio Armani aprono ristoranti o alberghi come Donatella Versace e i Ferragamo, e producono mobili, oggetti, biancheria della casa, e ovviamente profumi e prodotti di bellezza. Il bisogno di lusso sta dilagando, e sono ancora gli stilisti con la loro merce rassicurante a venire incontro a questa richiesta». Pare di essere sull’orlo di un precipizio, tanto che non si riesce più a guardare le sfilate di moda senza chiedersi se davvero sono innocue, soprattutto adesso che stanno rivestendo le donne come fossero vere signore di un tempo, quando dall’amante clandestino si andava col cappello calato sugli occhi e l’aria irreprensibile nell’abito con le maniche lunghe e il collo alto. Il pensiero molesto viene anche guardando la bella sfilata di Gai Mattiolo, e non perché una sua satanassa fasciata di nero mostra attraverso uno spacco il biancore rapace della coscia nuda sopra la calza autoreggente, ma perché, come in tante altre sfilate, le elegantissime modelle hanno il volto chiuso, afasico, senza sorriso, sono rese altezzose e inavvicinabili, per spavento, dalla bocca nera e dagli occhi cerchiati di nero come le belle vampire dei dipinti e dei film anni venti del secolo scorso. Nella loro ermetica distanza, esprimono un progetto di vita laconica e fredda, un narcisimo egocentrico che evita gli altri, prefigurano l’idea di una società di solitari, di un potere narcisista che esclude ogni comunicazione, che non vuole sedurre ma sedursi allo specchio. Non fanno pensare alle donne dei dittatori ma ai dittatori stessi, non a Claretta Petacci ma a Roberto Farinacci.
E cosa ne faranno dei tanti borsoni di cui si caricano, evitando l’obsoleto aiuto di un eventuale cavaliere? Fanno semplicemente pubblicità a un prodotto molto alla moda, o stanno scappando con i loro soldi neri dove nessuno potrà scovarle e loro finalmente potranno sorridere?