“Povertà” Gli «italiani normali» che per mangiare bussano alla chiesa

23/05/2007
    martedì 22 maggio 2007

    Pagina 3 – Primo Piano

    Reportage
    «I nuovi poveri?
    Le famiglie monoreddito»

      Gli “italiani normali”
      che per mangiare
      bussano alla chiesa

        FLAVIA AMABILE

        ROMA
        Ad un certo punto nella chiesa di San Carlo ai Catinari a Roma è apparso un grande cesto con una scritta a penna: «Noi diamo quello che riceviamo». Più sotto, a mo’ di precisazione: «Per favore, lasciare cibi che si possono conservare a lungo». Era all’incirca la fine di novembre, cesti simili spuntavano in quasi tutte le chiese della capitale. C’era stato un incontro informale tra alcuni parroci con il vescovo Ernesto Mandara, responsabile del centro di Roma, e si era capito che era il momento di dare il via a una campagna di raccolta di cibo più massiccia del solito.

        Da qualche tempo a bussare alle porte delle chiese arriva un esercito di poveri. «Tanti stranieri, polacchi, romeni. Ma anche molti italiani, tante famiglie che fanno fatica a tirare avanti», racconta Mauro Regazzoni, viceparroco della chiesa di San Carlo, in pieno centro, tra Campo de’ Fiori e il Ghetto. «E tanti anziani che dopo aver pagato l’affitto restano con 100 euro in tasca e devono ancora pagare tutto il resto, dal cibo alle medicine». Dalla cesta don Mauro e il parroco, don Giuseppe, pescano pacchi di pasta, zucchero, olio, tonno. E lo distribuiscono a chi lo chiede. Ma non basta. «Quel che manca lo prendiamo al Banco Alimentare dove troviamo scatolette e pacchi viveri per tutti», racconta don Mauro.

        Nemmeno il cibo da solo è sufficiente a soddisfare le richieste di chi bussa alle parrocchie. «Ci chiedono di pagare anche le bollette. A volte lo facciamo. Certo, si deve trattare di parrocchiani, persone che conosciamo e cifre non alte. E comunque non sempre riusciamo a dare una mano, dipende da quanto abbiamo in cassa. Nei casi più gravi chiediamo l’intervento della Elemosineria Apostolica del Vaticano».

        Questo è quel che accade in una chiesa, ma di chiese a Roma ce ne sono tante, ognuna fa quel che può. Oltre alle chiese ci sono le stazioni ferroviarie dove la sera le associazioni di volontariato cattoliche e laiche arrivano con i furgoni carichi di scatole di cibo. Alla stazione Ostiense e alla Tiburtina insieme ai pelati e alle fette biscottate capita il controllo dei documenti da parte degli agenti di pattuglia, quindi a mettersi in fila sono i senzatetto e i poveri più o meno regolari. A Termini – secondo il passaparola dei clochard romani – i controlli sono meno frequenti, nelle file si mescola di tutto: dai trans ai condannati agli arresti domiciliari evasi per fame, dai clandestini ai barboni per caso. Li si può incontrare sul piazzale, il mercoledì e il giovedì sera dopo le nove quando City Angels, Caritas e Protezione Civile portano quel che hanno raccolto. I City Angels, prima ancora di porgere i pacchi, offrono tè, dolci, pizza regalati dai negozi della zona. Quanti sono? Morgan Palmas, 29 anni, a sua volta figlio di un barbone, che tra un esame all’università e un lavoro saltuario, trascorre la sera con loro, risponde con un sorriso: «Dipende: le sere in cui piove possono essere 20, quelle in cui è stato bello tutto il giorno 150». E come fa un’associazione laica come i City Angels a procurarsi cibo per un centinaio di persone? «Ci rivolgiamo al Banco Alimentare».

        Andiamolo a vedere allora questo Banco Alimentare che è una vera e propria impresa della carità e la conferma all’allarme lanciato da monsignor Bagnasco sulla povertà. «Siamo nati nell’89 da un’intuizione di don Giussani, il fondatore di Cl, e Danilo Fossati, il presidente della Star», racconta don Mauro Inzoli, presidente della Fondazione del Banco. «Allora si volevano solo sfruttare le eccedenze alimentari delle aziende. Nessuno avrebbe pensato che saremmo diventati quel che siamo poi diventati». Sono stati gli anni e l’esplosione dei poveri, a trasformarli nel più grande centro di raccolta e distribuzione di cibo in Italia. Per chi è a caccia di numeri, le statistiche del Banco rendono bene l’idea. Nel 2001 il Banco raccoglie e distribuisce 43.980 tonnellate di cibo, nel 2006 arriva a 66 mila tonnellate. «In pratica una catena di Tir da Milano a Modena», aggiunge don Mauro. Nel 2001 assiste poco più di un milione di persone attraverso 6632 enti convenzionati. Nel 2006 supera un milione e trecentomila persone con 8122 enti. I nuovi poveri? Don Mauro Inzoli non ha dubbi. «Sempre più gli italiani: famiglie normali che non riescono ad arrivare alla fine del mese, famiglie monoreddito, anziani con la pensione sociale». Tutti ridotti ai pacchi viveri. Come durante la seconda guerra mondiale.