Poveri, più poveri, più poveri

22/07/2002



22.07.2002
Poveri, più poveri, più poveri

di 
Nicola Cacace


 In Italia i media scoprono gli otto milioni di poveri una volta l’anno e nessuno sottolinea i legami tra povertà diffusa e bassa crescita economica. Il tema dei divari di ricchezza e di guadagni tra i vari strati della popolazione, che è il tema della equa redistribuzione della ricchezza prodotta tra salari e profitti, è più o meno un tabù per giornalisti e intellettuali di questo Paese.
Scorrendo i maggiori quotidiani italiani degli ultimi due anni si scopre che al tema è stato dedicato poco più di un articolo l’anno, più o meno in occasione dell’annuale rapporto Istat sulla povertà con pochi approfondimenti sulle cause. Tra le poche eccezioni rilevanti in questo momento ricordo solo due nomi, Paolo Sylos Labini (su la Repubblica e l’Unità, vari numeri oltre che in molti suoi libri) e Geminello Alvi (sul Corriere della Sera, a cominciare dall’articolo del 15 gennaio 2001 «Questo è il Paese dei patrimoni»).
Proprio qualche giorno fa, quest’ultimo scriveva a proposito dell’euro (17 luglio): «L’Europa non potrà più continuare a definire l’euro semplicemente un modo per competere nella globalizzazione. Dovrà mostrare cosa l’Europa sia. Perché quel certo mondo di forsennati arricchimenti di là dell’Atlantico non funziona. E adesso tocca all’economia europea ritrovarsi, ridando per esempio armonia a salari ed ambiente. Gli investimenti pubblici conteranno più di quelli dall’estero, la redistribuzione del reddito forse più della Borsa».
La carenza di dibattito sulla redistribuzione del reddito è un’occasione perduta, se non un vero peccato. Tutti infatti sanno, o dovrebbero sapere, che le grandi crisi economiche – come la depressione mondiale del 1929-30, la crisi giapponese che dura da dieci anni e la stessa crisi attuale che dura da quasi due anni (dalla seconda metà del 2000) in America ed in Europa – hanno una causa primaria nel calo della domanda aggregata provocata dal 70% della popolazione sottopagata e nella bolla finanziaria provocata dal 30% della popolazione sopraremunerata che altera il mercato con acquisti scriteriati di azioni, di case e altri beni.
Nel 1929 la Grande Depressione innescata dal crollo di Wall Street, aveva seguito dieci anni di presidenze repubblicane con i più alti tagli di tasse della storia e la più radicale redistribuzione di ricchezza.
Dal 1922 al 1929 la quota di risorse dell’1% degli americani più ricchi era balzata dal 31% al 36%. Ed oggi la storia si è ripetuta: dai dati dell’US Census Bureau (historical income tables) si ricava che dal 1980, cioè dall’avvento della presidenza Reagan, al 2000 si sono avute le seguenti redistribuzioni dei guadagni, il quintile (cioè il 20%) più ricco degli americani è passato dal 44% al 50% (+6 punti) dei guadagni totali, il quintile più povero è passato dal 4% al 3% (-1 punto) mentre la classe media, rappresentata dai 3 quintili centrali (60% della popolazione) ha perso 5.punti, passando dal 52% al 47%. In venti anni il rapporto tra i redditi del 20% più ricco ed i redditi del 20% più povero è passato da 10 a 14 volte, una redristribuzione dei guadagni enormemente iniqua. La Gran Bretagna, altro paese che dalla Tatcher in poi ha sperimentato una redristribuzione di ricchezza a favore delle classi più ricche «ha toccato nel 2000 il più alto livello di divari tra ricchi e poveri in 40 anni» (The Economist del 16.06.2001).
In Italia è accaduta la stessa cosa, forse non per provvedimenti fiscali e decisioni politiche a favore dei più abbienti come negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, ma il risultato non cambia se esso è stato motivato da scelte a favore dell’austerità, che era necessaria per entrare in Europa. Tra il 1993 ed il 2000, 3,3 punti di Prodotto lordo nazionale si sono spostati dai salari ai profitti, malgrado l’occupazione dipendente sia aumentata da 14,6 milioni a 15,1. Questo significa quasi 67mila miliardi di lire in meno al monte salari. In altre parole, se la distribuzione del Pil fosse stata più equa nel 2000 ogni lavoratore dipendente avrebbe potuto contare mediamente su 4,5 milioni di lire in più su base annua. E calcoli simili possono farsi per gli altri sei anni. Quando si lamenta il calo dei consumi qualcheduno dovrebbe spiegare (a Billè e ad altri) perché questo è avvenuto e quanto le libere scelte a favore della (allora) necessaria moderazione salariale ne siano la causa.
Ma oggi? È utile alla crisi economica in atto continuare a privilegiare solo rendite e profitti e penalizzare i salari? Mi sembra che abbiano 100 volte ragione i tre sindacati confederali a contestare la cifra dell’1,4% di inflazione programmata dal Governo come troppo bassa e penalizzante per i prossimi rinnovi contrattuali nazionali, così come hanno ragione mille volte Savino Pezzotta, Sergio Cofferati e Luigi Angeletti a ricordare alle controparti padronali che il sistema dei due livelli contrattuali va bene quando anche il secondo livello (aziendale) funziona per tutte le aziende; se invece, come avviene oggi, esso funziona solo per un terzo delle aziende, bisogna inventarsi qualcosa perché questa lacuna del sistema contrattuale vigente sia colmata, gli altri due terzi delle aziende non siano escluse dagli aumenti di produttività; che sono poi, a livello nazionale, l’aumento del Pil in volume (cioè reale).
In conclusione sarebbe utile e necessario che ci si convincesse che il calo della domanda aggregata e la bolla di Borsa sono due aspetti della stessa medaglia, una distribuzione di redditi e ricchezza sbilanciata a favore dei ricchi ed a sfavore delle classi meno abbienti, e che questa iniqua distribuzione della ricchezza non è solo eticamente ingiusta, ma è la prima causa delle più gravi crisi economiche che le economie capitaliste hanno sperimentato negli ultimi 150 anni. E sarebbe anche auspicabile che il dibattito su queste cose non fosse limitato a pochi «esperti», ma investisse sindacalisti e politici, oltre naturalmente ad essere amplificato meglio dai mass-media.