«Potevo smettere nel 2008: dovrò restare fino al 2011»

25/02/2004




mercoledì 25/02/2004


«Per due giorni»

«Potevo smettere nel 2008: dovrò restare fino al 2011»

      MILANO – Non parlatele della pensione che l’aspetta. Elena Ceschin, impiegata di Cinisello Balsamo, in provincia di Milano, è imbestialita. Colpa del compleanno. «Ho appena compiuto 53 anni. Farò i 57 il 2 gennaio 2008. Se il governo non cambia idea, per me non c’è scampo: invece di andare in pensione dal 2008, come sognavo da tempo, dovrò aspettare il 2011. Tre anni in più in azienda. E pensare che dalla meta della pensione di anzianità mi separano solo due miseri giorni!». In effetti, le donne che hanno compiuto 53 anni entro il dicembre del 2003 non hanno nulla da temere. Andranno in pensione a 57 anni con 35 di anzianità, esattamente come avviene oggi. Le più giovani, invece, dovranno vedersela con la volontà del governo di portare la pensione d’anzianità, per le donne, a 60 anni. Mantenendo fissa la soglia dei 35 anni di contributi. «Non ho nessuna intenzione di digerire il boccone senza fiatare – contesta agguerrita la signora Ceschin -. Questa volta, mi faccio sentire. Vado a Roma e mi incateno davanti al Parlamento». Tre anni in più di lavoro giustificano tanta rabbia? «Altroché, è una questione di principio – risponde l’impiegata -. Secondo me, una donna che ha lavorato 35 anni ha tutto il diritto di ritirarsi. Prima abbiamo dovuto conciliare la professione con i figli. E’ capitato anche a me, che ho una figlia di 28 anni. Ma il doppio lavoro non sembra finire mai: poi è stata la volta dei suoceri che avevano bisogno di assistenza. Adesso è il turno dei genitori. Sia chiaro, per me stare vicina alla famiglia è importantissimo. Ma che fatica! Speravo tanto di potermi ritirare per smetterla finalmente di lottare con il tempo».
      Resta il fatto che – dice il governo – i conti devono tornare. E il risparmio dello 0,7 per cento del Pil da qualche parte deve saltar fuori. Dopo lo sfogo, la signora Ceschin passa alle proposte. «Secondo me, il problema è che i giovani vengono assunti troppo spesso con contratti che non portano soldi nelle casse dell’Inps – contesta -. Penso ai collaboratori coordinati e continuativi, per esempio. Il risultato è che la nostra generazione resta incollata al posto di lavoro togliendo opportunità ai figli».
      In azienda, la signora Ceschin si sentire obsoleta. Un po’ come una macchina superata che aspetta solo di essere sostituita. «Lavoro alla Hewlett Packard da 28 anni. Settore informatico. Negli ultimi tempi sono entrati tanti neolaureati che spesso ne sanno più di me. Loro, però, hanno contratti a termine o interinali. Mi sembra di rubare il lavoro a chi ne ha bisogno per costruirsi un futuro».
      E poi c’è il timore delle crisi. «Inutile nascondersi dietro a un dito, se fossi licenziata per riduzione del personale difficilmente, a cinquant’anni suonati, riuscirei a trovare un altro lavoro. E nel mio settore non si tratta di un’eventualità remota. Basti pensare che la mia azienda ha già tagliato oltre 200 dipendenti». Questi e altri pensieri torneranno ogni giorno alla mente della signora Ceschin. Almeno finché il governo non avrà preso una decisione. «Quel che mi fa rabbia è vedere tutte le mattine mio marito che se la dorme mentre io mi preparo per andare in ufficio – conclude -. Lo invidio: da gennaio è andato in pensione. Beato lui…».


      Rita Querzé


Economia