Potere e grane dei compagni manager

10/03/2005

      lunedì 7 marzo 2005
    Viaggio nelle Coop

    Potere e grane dei compagni manager

      L’avviso di garanzia per abuso d’ufficio arrivato dalla Procura di Trani sembra più un atto dovuto che una reale minaccia ma per Claudio Levorato, uno dei manager più in vista del movimento cooperativo, è una bella scocciatura. Anche perché arriva a pochi giorni di distanza da un’altra grana giudiziaria scoppiata nel mondo della cooperazione «rossa», il crac della Cedi Puglia che ha coinvolto i vertici della Conad. Levorato è il presidente di Manutencoop, un gioiello della Legacoop, manutenzione edifici, fatturato di 500 milioni di euro. È diventato una moderna holding di partecipazioni. Il manager bolognese è uno dei leader del nuovo corso, post-Tangentopoli, che ha sostituito la fedeltà al Pci con il dinamismo imprenditoriale salvando però la missione solidale. È riuscito, primo nel settore, a coinvolgere azionisti privati nel suo progetto di quotazione. Nella controllata, Manuntencoop Facility Management spa, ha fatto entrare i fondi di Mps, 21 Investimenti e Sici (Regione Toscana) e, in un’altra società, la Pirelli Re.

      L’ingresso di Manutencoop nella Bar.sa, la multiutility controllata dal Comune di Barletta su cui sta indagando la Procura di Trani, risale al 2000. La vicenda ha i contorni di una maldestra storia di lottizzazione politica: il protagonista è il sindaco diessino, Francesco Salerno, accusato di aver cambiato lo statuto per redistribuire i posti nel consiglio a personaggi «omogenei» politicamente.

      Ma la collusione tra imprese e partito non era acqua passata? «I nostri manager sono onesti – protesta il presidente di LegaCoop, Giuliano Poletti – e rispondono ad aspettative etiche più alte rispetto ai loro colleghi privati. Non perché siano di sinistra ma perché sono cooperatori. La definizione "coop rosse", ormai, è buona solo per riassumere un dato storico. D’altronde, se i 7 milioni di soci delle nostre 15 mila imprese votassero tutti Ds ce ne saremmo accorti. No, il mercato non fa sconti, le cooperative sono imprese come le altre, anzi, investono di più perché non sono vendibili e non distribuiscono utili». La cartina di tornasole per verificare il cambiamento sarà la revisione degli statuti prevista dalla riforma del diritto societario.

      «Penso che la maggioranza delle nostre associate confermerà la mutualità prevalente – prosegue Poletti – però mi chiedo perché, se il signor Rossi mette su un’impresa con 20 dipendenti, magari rubacchiando, viene lodato e se invece le cooperative incrementano l’occupazione del 40% in 4 anni è perché sono rosse». Della trasversalità politica la centrale cooperativa ha fatto una bandiera: ha firmato il patto per l’Italia con il governo Berlusconi e alla prossima assemblea nazionale ha invitato anche il vicepresidente del Consiglio, Marco Follini, e i ministri Gianni Alemanno e Antonio Marzano.

      Ma il segno più tangibile del cambiamento è nei rapporti interni. Chi comanda oggi? Gli opinion maker non sono più i Turci, i Pasquini o i Barberini ma i manager, gli operativi. Se una volta le strategie passavano per le Botteghe Oscure adesso è più facile che sia il segretario del partito a chiedere lumi a chi governa le aziende. Per esempio a Giovanni Consorte, il primo degli «intoccabili». È presidente di Unipol e artefice della crescita del gruppo assicurativo bolognese, al quarto posto della classifica nazionale, è l’unico tra i manager della cooperazione che tratta alla pari con banchieri e finanzieri. Come lui stanno uscendo dall’ombra della politica altri.

      Luciano Sita, per esempio. Guida la Granarolo e domina una filiera che consente sinergie impossibili nel privato. Sita ha comperato, o meglio salvato, la Yomo ed è l’unico in grado di acquistare Parmalat da solo. Il suo collega Maurizio Gardini, presidente di Conserve Italia, ha appena comperato Cirio-De Rica. Pierluigi Stefanini, presidente di Coopadriatica, ha alle spalle una carriera vecchio stile (partito, Lega, azienda) ma è diventato uno dei fautori della riforma dell’associazione per dare più spazio ai manager. È vicino a Sergio Cofferati ed è nel consiglio della Fondazione Carisbo. Ma, piuttosto che parlare di politica, parla di Igd, lo spin-off immobiliare che ha quotato in Borsa nei giorni scorsi. A Imola regna Domenico Olivieri, presidente di Sacmi, multinazionale meccanica con 1 miliardo di fatturato che ha firmato il take over di una società quotata. A Ravenna conta il presidente di Cmc, Massimo Matteucci, e a Reggio Emilia Pierluigi Rinaldini, presidente di Coopservice che ha in progetto la quotazione, e Ivan Soncini, numero uno del consorzio Ccpl e membro di Fondazione Manodori.

      Il toscano Aldo Soldi, presidente di Unicoop Tirreno, è diventato presidente dell’Associazione nazionale delle cooperative di consumo. «Siamo il primo sistema italiano della grande distribuzione – dice Soldi – abbiamo 11,9 miliardi di ricavi e 49.500 occupati. Se non avessimo manager validi e autonomi non saremmo arrivati a questi livelli. Anche se qualcuno ha studiato alla scuola del partito piuttosto che all’università non siamo un sistema chiuso. Negli ultimi tre anni il 7% dei dirigenti è stato prelevato dal settore privato». Ma qualcuno che arriva nelle coop per meriti politici c’è ancora, per esempio l’ex segretario ds bolognese Alessandro Ramazza. «Non è questione di organicità – spiega Egidio Checcoli, presidente della Lega Emilia Romagna -. I nostri dirigenti, oltre alla professionalità, debbono essere formati ai valori della cooperazione».

      Roberta Scagliarini