Potere d’acquisto, nessuna perdita

29/01/2004



        Giovedí 29 Gennaio 2004

        ITALIA-LAVORO
        Potere d’acquisto, nessuna perdita


        ROMA – Non c’è una perdita d’acquisto dei salari. L’affermazione del responsabile del Centro Studi di Confindustria, Paolo Garonna, appare un azzardo nel giorno in cui i dati Istat descrivono un andamento delle retribuzioni al di sotto dell’inflazione. Ma Garonna spiega i numeri, ne illustra altri – sui salari di fatto – che indicano «una buona tenuta delle retribuzioni rispetto all’inflazione». Non c’è una questione salariale, dunque, ma questo non vuol dire che non ci ci sia un problema di inflazione, cioè «di forbice tra i prezzi al consumo e i prezzi alla produzione». I dati Istat indicano una perdita del potere d’acquisto… Innanzitutto si tratta di una rilevazione mensile. Il dato importante, quindi, è quello di dicembre: non solo non c’è stata perdita del potere d’acquisto ma – anzi – l’andamento delle retribuzioni contrattuali è stato superiore all’inflazione, 2,7% contro un 2,5 per cento. Inoltre, bisogna tener conto che questi dati si riferiscono ai minimi contrattuali mentre le retribuzioni di fatto sono più ampie, comprendono arretrati, aumenti di merito, produttività. Bene, dal ’97 al 2002, le retribuzioni di fatto nell’industria sono cresciute del 2,9% in media annua mentre l’incremento dei prezzi al consumo è stato del 2,3 per cento. Questo indica come ci sia stata una buona tenuta delle retribuzioni nonostante un quadro economico che, in questi anni, è stato piuttosto difficile. Ma nessuno nega che ci sia un impoverimento dei redditi: chi parla di un’inflazione percepita al 6%, chi dà la colpa all’euro… Dal punto di vista dell’inflazione sappiamo che c’è un problema di forbice tra prezzi al consumo e alla produzione che sono rimasti freddi e ben al di sotto delle retribuzioni. Il punto è che i prezzi al consumo – in alcuni momenti – sono sfuggiti di mano per due ordini di ragioni: da una parte, i comportamenti speculativi su cui il Governo ha dato un segnale di fermezza ipotizzando un intervento della Guardi di finanza; dall’altra, c’è un problema di mercato che non funziona nei settori della distribuzione e dei servizi pubblici locali. L’assenza di concorrenza, l’iper-regolamentazione, la carenza di produttività, genera squilibri e tensioni inflattive. Sollevare, però, in queste condizioni una questione salariale è improprio e rischia di creare un male peggiore: cioè, una rincorsa salariale che genera più inflazione, danni per l’occupazione e mina la possibilità di ripresa. Negli ultimi contratti il parametro dell’inflazione programmata è saltato. Dunque, c’è già una questione salariale… Il metodo dell’inflazione programmata non va messo in discussione. Si può discutere sulle previsioni e, noi, vorremmo che il Governo le facesse bene ma l’accordo di luglio ha consentito al Paese di entrare nell’euro, controllare l’inflazione, risanare la finanza pubblica. Si può mettere mano a una cosa che funziona solo per migliorarla. Allora, occorre maggiore efficacia nell’azione del Governo? L’iniziativa che Confindustria ha assunto con le organizzazioni sindacali va nella direzione giusta. Si è aperto un tavolo a Palazzo Chigi che pone i riflettori sulla questione strutturale dell’inflazione, cioè la forbice tra prezzi al consumo e alla produzione. Ma se vogliamo riflettere sullo standard di vita, di redditi e retribuzioni, allora dobbiamo concentrarci sulla crescita della produttività, con tutto ciò che implica in termini di investimenti in ricerca e infrastrutture. E poi rimettere in discussione l’assetto contrattuale? Su questo tema, l’intervento del leader della Margherita Rutelli ha riaperto la discussione in modo molto costruttivo. Non vedo, però, ancora condizioni condivise su come migliorare l’accordo di luglio. Al momento, quindi, mi sento in dovere di difendere quello che funziona in quell’intesa. Ma la politica dei redditi rischia di saltare come si vede dalle ultime vertenze contrattuali… Ripeto che occorre fare previsioni realistiche sull’inflazione ma soprattutto intervenire con politiche di liberalizzazioni e di sostegno alla produttività nei settori poco esposti alla competizione – tra cui quello commerciale – dove si annidano le tensioni inflazionistiche che possono essere risolte solo con misure strutturali.

        LINA PALMERINI