Potere d´acquisto giù per operai e impiegati in dieci anni hanno perso 5.500 euro

28/09/2010


ROMA – La crisi fa male a tutti, ma ai lavoratori dipendenti di più. Gli ultimi dieci anni, per loro, sono stati completamente «a perdere»: hanno visto diminuire il potere d´acquisto dei salari, aumentare i debiti familiari e lievitare le tasse da versare. Hanno visto scivolare via la crescita e cadere come birilli i posti di lavoro: un quadro «desolante» che va cambiato al più presto, altrimenti la ripresa non potrà decollare. È questa la conclusione cui arriva l´Ires-Cgil nel suo rapporto sui salari degli ultimi dieci anni.
I conti sulle buste paga lasciano poco spazio ai dubbi: fra il 2000 e il 2010 i lavoratori italiani hanno perso 5.453 euro in potere d´acquisto. Una parte se li è rosicchiati il costo della vita che è stato più alto di quanto previsto e conteggiato nei contratti (3.384 euro), l´altra è legata dalla mancata restituzione del "fiscal drag": duemila euro a testa versati in più per effetto del progressivo aumento delle aliquote su redditi gonfiati dall´inflazione. In totale, nei dieci anni presi in considerazione, la perdita del potere d´acquisto calcolata su tutte le retribuzioni ha raggiunto quota 44 miliardi: il valore di un paio di Finanziarie, soldi che potevano essere messi in giro per spingere la domanda interna e i consumi e che invece sono stati sottratti alle famiglie.
Il fatto è che nello stesso periodo proprio quelle famiglie sono state chiamate a versare più soldi nelle casse delle Stato: fra il 2000 e il 2010 le entrate tributarie da lavoro dipendente sono infatti aumentate del 13,1 per cento (al netto dell´inflazione) mentre quelle di tutte le altre voci (da lavoro autonomo, giochi e lotterie, imprese e quant´altro) sono diminuite del 7,1.
Per la Cgil questo è uno degli snodi fondamentali nella politica del rilancio: «Bisogna ridurre subito la pressione fiscale sui redditi da lavoro e sulle pensioni – ha detto il leader del sindacato Guglielmo Epifani – il nostro sistema fiscale pensa che il reddito da lavoro sia la gallina dalle uova d´oro, ma se si aumenta solo la tassazione sul dipendente, riducendola su altri fattori, non solo si compie un´operazione iniqua, ma si uccide la produttività».
Ma non per tutti la crisi ha rappresentato un tracollo, precisa il rapporto: se negli ultimi otto anni operai e impiegati hanno accumulato – in media – una perdita di reddito reale di 3.118 euro, imprenditori e liberi professionisti hanno visto aumentare le loro disponibilità (sempre in media) di 5.940 mila euro. Questi anni bui hanno dunque fatto esplodere il problema delle diseguaglianze: il 10 per cento delle famiglie (2.380.000 circa) possiede quasi il 45 per cento dell´intera ricchezza del paese e ognuna di loro può contare su patrimoni e ricchezze per 1.547.750 euro. Ma il 50 per cento della popolazione (quasi 12 milioni di famiglie) deve accontentarsi del 9,8 appena della ricchezza, mettendo insieme capitali per 68 mila euro. Un divario che invece di diminuire aumenta e che, per la Cgil, rende necessaria e urgente una politica di ridistribuzione della ricchezza. «Serve un fisco giusto che oltre a combattere l´evasione aumenti la tassazione sulle rendite, portandola al livello degli altri stati europei, e colpisca le grandi ricchezze» sottolinea Agostino Megale, presidente dell´Ires-Cgil.
Il ventaglio delle diseguaglianze è ampio: in Italia ci sono 15 milioni di lavoratori che guadagnano meno di 1.300 euro al mese e circa 7 milioni (il 60 per cento donne) stanno sotto la soglia dei mille euro. Sono questi nuclei, già fragili in sé, a cadere sempre più spesso nel tunnel dell´indebitamento. Grazie alla crisi, infatti, il rapporto fra debito delle famiglie e reddito disponibile lordo ha raggiunto quota 60 per cento (fra il 2001 e il 2009 è aumentato di 27 punti, 5 solo dall´inizio della crisi). In media, una famiglia di lavoratori dipendenti contrae debiti per oltre 16,5 mila euro l´anno (l´86 per cento è legato a mutui, il resto in prestiti richiesti per consumare).