“Postelezioni” Epifani: «Il voto chiede un cambiamento radicale» (3)

07/04/2005

    mercoledì 6 marzo 2005

      Intervista a Guglielmo Epifani

      «Il voto chiede un cambiamento radicale»

        Per il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani, dalle urne esce una dura condanna della politica sociale e istituzionale del governo Berlusconi. Ora tocca all’opposizione il compito di raccogliere la domanda dell’elettorato con un programma alternativo a quello fallimentare della Casa delle libertà

        LORIS CAMPETTI

        «Il risultato delle elezioni amministrative esprime in maniera omogenea, partecipata e netta un’indicazione di malessere e scontento nei confronti delle scelte politiche del governo e chiede un radicale cambiamento». Il segretario generale della Cgil ritrova nelle critiche di massa infilate nelle urne dall’elettorato, molti dei temi su cui il suo sindacato si è scontrato con il governo Berlusconi. Per Guglielmo Epifani, il voto di domenica e lunedì registra una sconfitta della Casa delle libertà, e dunque è «un voto contro». Al tempo stesso, però, chiede all’opposizione politica che ha beneficiato della sconfitta del centrodestra una politica alternativa, capace di rispondere alla domanda sociale dei cittadini.

        Epifani, partiamo dalla sconfitta della destra. Tu parli di risultato omogeneo ma probabilmente le motivazioni sono diverse e si sommano, da nord a sud, dai ceti più colpiti a quelli impoveriti dalla crisi, dai giovani ai pensionati.

        Parlo di omogeneità perché il giudizio fortemente critico verso il governo emerge sia dove la destra ha perso, sia dove resta maggioranza come in Lombardia e Veneto, ma il distacco tra i due schieramenti si riduce sensibilmente. Nel voto leggo il rifiuto di una logica di divisione sociale e istituzionale. Nel Mezzogiorno hanno pesato molto sia la cosiddetta riforma costituzionale, sia l’aggravamento della qualità della vita in assenza di un progetto economico e sociale per uscire dalla grave crisi in cui versa il paese, il Sud in particolare. C’è un rifiuto convinto del tentativo di dividere il Nord dal Sud, i lavoratori pubblici da quelli privati, persino i pensionati con un intervento discriminatorio sulle pensioni minime. E ancora, a Roma, ha pesato la riduzione delle risorse operata dal governo su Roma capitale. In secondo luogo, c’è il disagio sociale ed economico che riguarda il lavoro ma anche l’impresa. L’appesantimento delle condizioni materiali, con l’aumento del costo della vita e la perdita di valore d’acquisto, riguarda redditi da lavoro dipendente e pensioni.

        Ti riferisci alla cosiddetta «crisi della quarta settimana», quando negozi e strade delle città restano vuoti?

        Esattamente. Nei primi due mesi di applicazione del secondo modulo della riforma fiscale, i consumi si sono contratti. Il governo non ha lavorato per lo sviluppo e non ha sostenuto i consumi. La protesta viene da più settori sociali, gli operai e i pensionati, i giovani precari o disoccupati e i più anziani, i ceti medi urbani come dimostra il voto a Roma, a Torino, a Milano. Queste sono le ragioni sociali ed economiche della sconfitta della destra. Posso aggiungere l’atteggiamento del governo nei confronti dei pubblici dipendenti, la scelta miope e inaccettabile di impedire il rinnovo del contratto degli statali. Non voglio ripetere quel che la Cgil denuncia ogni giorno sul declino del paese, sull’assenza di una politica industriale adeguata nei confronti dei grandi gruppi, Fiat in testa. Ma c’è dell’altro.

        Per esempio?

        Le scelte impopolari di politica estera, la subalternità del governo alla politica di guerra di Washington e l’avventura irachena che vanno in direzione opposta al comune sentire, pacifista, del popolo italiano.

        Un voto contro la destra, dunque, più che un voto per il centrosinistra?

        E’ così, ma dalle urne esce anche una domanda radicale di cambiamento. Toccherebbe al governo trarne le conclusioni ma ciò comporterebbe il ribaltamento delle politiche fin qui agite: il blocco della riforma istituzionale, il rilancio degli investimenti per ricerca e sviluppo, una valorizzazione delle pensioni e dei salari, il rinnovo dei contratti pubblici, la restituzione ai lavoratori del drenaggio fiscale.

        E’ come chiedere al governo di dimettersi…

        E infatti la protesta sociale e politica ha finito per premiare le forze d’opposizione. Il centrosinistra ha vinto sia dove ha candidato figure radicali che dove ha presentato esponenti delle imprese: ciò conferma che quel che è uscito dalle urne è la sconfitta di Berlusconi. Di conseguenza, la domanda politica di cambiamento è rivolta alle opposizioni, perché affrontino e risolvano i problemi drammatici di cui abbiamo parlato. L’opposizione deve dimostrare capacità di governo e, soprattutto, costruire un programma per le elezioni politiche.

        E’ vero, l’opposizione ha vinto sia con candidati radicali che moderati. Ma la vittoria in Puglia di Nichi Vendola non fa pulizia dei luoghi comuni, secondo cui per vincere bisogna spostarsi al centro e scimmiottare l’avversario?

        In una realtà difficile si è imposto un esponente della sinistra radicale e dunque si può vincere anche percorrendo questa strada. Soprattutto con una campagna intelligente come quella fatta da Vendola che ha scelto di parlare a molti, ha saputo toccare le corde dei giovani e ha coinvolto il ceto medio, rovesciando accuse e polemiche della destra.

        Nel voto contro il governo, non c’è anche una domanda più ravvicinata, legata al territorio e alla sua qualità?

        Questo aspetto è centrale perché riguarda i problemi quotidiani delle persone, dall’ambiente al lavoro, dalla sanità alla cultura. Mi sia permesso di dire che la Cgil, nel suo rapporto con i movimenti e le istituzioni nel territorio, ha contribuito in qualche misura al risultato elettorale, attraverso la disarticolazione del blocco sociale che aveva portato Berlusconi al governo e la ripresa di un rapporto unitario, dialettico, con le altre confederazioni.

        Siamo sicuri che, una volta che si riesca a sconfiggere Berlusconi anche alle politiche, la Cgil non ritornebbe all’antico, a un rapporto eccessivamente responsabile e rispettoso con un eventuale «governo amico»?

        Il nostro contributo al cambiamento consiste nel chiedere, nel pretendere un programma all’altezza di una crisi che è ben più grave di quanto si creda. Per essere chiaro, voglio dire che a questa crisi e alla domanda radicale di cambiamento non si risponde con la pratica degli aggiustamenti, di moderazione delle politiche di destra ma con un progetto forte e alternativo. E’ questo il punto aperto nel rapporto con il centrosinistra.