Poste: dove la Cisl è ancora onnipotente (Giovannini/3)

23/10/2007
    martedì 23 ottobre 2007

      Pagina 10 – Politica

      Inchiesta 3
      Il potere del sindacato

        Poste, dove la Cisl
        è ancora onnipotente

          Pax sociale garantita: contratto
          a tempo di record senza scioperi

            Roberto Giovannini

              ROMA
              Se non è un record planetario, poco ci manca: su un totale di 146.000 dipendenti, ben 95.000 hanno in tasca una tessera del sindacato. Con questi numeri, si può ben dire che si tratta di un regime di Impero Sindacale. Parliamo di Poste Italiane, la società più sindacalizzata d’Italia. Qui, da sempre, comanda la Cisl, che oggi controlla 58.000 di quelle 95.000 tessere. Ovvero, quattro lavoratori su dieci aderiscono alla stessa organizzazione, che con cotanta potenza è evidentemente in grado di fare il bello e il cattivo tempo in Poste.

              «Adesso le cose sono molto cambiate – si schermisce Mario Petitto, il segretario generale del Slp-Cisl -. Ai tempi della Prima Repubblica, forse, era davvero così: i politici, i ministri delle Poste avevano bisogno di noi, che eravamo una potentissima macchina elettorale in grado di spostare montagne di voti». E in cambio? Secondo la leggenda, non passava né un’assunzione né uno spostamento di un postino senza il nulla osta della Cisl; per non parlare di nomine dirigenziali o scelte ancora più importanti e significative. «Fatto sta che ora tutto passa attraverso bandi regolari e graduatorie – precisa il sindacalista -; i figli dei dipendenti non li facciamo assumere più, e i primi disoccupati ce li troviamo in casa nostra. Noi al massimo cerchiamo di intervenire per aiutare le famiglie divise. Sa, magari la moglie in Lombardia e il marito in Calabria… Adesso sono molto più interessato alla direttiva europea sulla liberalizzazione, che rischia di farci a pezzi. Sono cambiate tante cose».

              Non è cambiata la tradizione che vede azienda e sindacato cogestire tutto il cogestibile in un contesto di pace sociale praticamente assoluta. A luglio è stato firmato così il rinnovo del contratto nazionale: un aumento (record nel panorama sindacale) di ben 160 euro conquistato dopo un negoziato lampo. E senza nemmeno un’ora di sciopero. E tutto il resto – dal riordino del sistema di recapito alla riorganizzazione degli uffici – viene concertato e discusso tra manager e sindacalisti. Ovviamente, si capisce che un sindacato così possa trovare estimatori tra i lavoratori. Anche perché come spiega Petitto, «li assistiamo dall’assunzione al pensionamento». Che significa? Vuol dire assistenza sindacale, ma anche dichiarazioni dei redditi, aiuto per la pensione. Vuol dire il Cral più grande d’Italia, con centri sportivi sontuosi, offerte di vacanze, colonie estive per i figli, convenzioni. Tutto a quattro soldi, mercé il contributo generoso di Poste Italiane. Per Petitto, «è la prova che si possono raggiungere buoni risultati senza incendiare l’azienda, che sta andando verso un utile di bilancio. Del resto, qui si offre un servizio pubblico. Se scioperiamo, contro chi combattiamo? Contro i cittadini, contro gli anziani che vogliono incassare la pensione?»

              Vero è che non proprio tutti condividono questa visione così oleografica della cogestione. A cominciare dai dirigenti entrati in Poste Italiane con Corrado Passera alla fine degli Anni 90, che spuntò decisamente le unghie allo strapotere sindacale. Con l’arrivo nel 2002 del nuovo amministratore delegato, Massimo Sarmi (fortemente voluto da Gianfranco Fini e dall’allora ministro Maurizio Gasparri), a giudizio di molti osservatori il vento cambiò. «La Cisl Poste – spiega un anonimo dirigente – ha immediatamente rialzato la testa, intervenendo in tutte le nomine, da quelle più in alto a quelle dei capi dei 14.000 uffici periferici». Un potere che continua: nei corridoi si racconta che dopo le elezioni 2006 per evitare di essere fatto fuori Sarmi dovette chiedere aiuto al presidente del Senato (ed ex leader Cisl) Franco Marini. A «intercedere» Sarmi chiamò un pezzo grossissimo del gruppo: Giovanni Ialongo, da anni numero uno di Ipost, l’ente previdenziale dei postelegrafonici, nonché presidente di Postel, il ramo di Poste che si occupa della posta elettronica ed ibrida. Perché proprio Ialongo? Perché è abruzzese, come Franco Marini. E perché per anni è stato segretario generale del sindacato delle Poste della Cisl.

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