Postalmarket: «Un imprenditore vero può salvarci»

12/12/2001

Cronaca di Milano





«Un imprenditore vero può salvarci»

Appello dei 600 dipendenti della Postalmarket. Domani incontro in Regione

      PESCHIERA BORROMEO – Sesto giorno di occupazione tra speranze e preoccupazioni, rimpianti per il passato glorioso e rancori verso chi ha commesso errori che la fondatrice dell’azienda, Anna Bonomi Bolchini – ma qui è semplicemente «la signora» – non avrebbe mai fatto. Alla Postalmarket, che è stata leader in Italia nel settore delle vendite per corrispondenza, tanto appetibile da avere attirato un colosso come il gruppo tedesco Otto Versand, l’ultima crisi è vissuta con rabbia e angoscia, un «tradimento» che nessuno sembra disposto a perdonare. «Abbiamo dato tutto all’azienda – dice Franca Faustini, 49 anni, entrata in azienda nel ’74 -, abbiamo accettato tagli e sacrifici in nome di un marchio nel quale credevamo. Poi sono arrivati i tedeschi e il senatore, e tutto ciò che abbiamo costruito è stato buttato a mare».
      Adesso, a tre anni dal «Natale in azienda» (nel ’98 era arrivato Eugenio Filograna a scongiurare la chiusura voluta da Otto Versand) i 600 superstiti della Postalmarket sperano in un altro miracolo. «Siamo disposti a tutto – spiega Luciano Di Giorgi, portavoce storico delle Rsu – per salvare il nostro posto, ma quello che ci hanno chiesto è una rinuncia totale senza nulla in cambio».
      Giovedì scorso Marco Santaroni, avvocato di Roma nominato commissario giudiziale dal tribunale di Milano a fine novembre, ha annunciato la cassa integrazione per 458 dipendenti. Ma – sostengono i sindacati – non ha avviato le pratiche necessarie: i lavoratori, quindi, corrono il rischio di rimanere senza stipendio e senza rimborsi Inps. Per questo, da giovedì pomeriggio, occupano la Postalmarket al freddo (il riscaldamento è stato chiuso) in attesa dell’incontro in Regione fissato per domani mattina. Tutti sperano in «un imprenditore serio, che abbia idee e concretezza e non vaghi progetti di grandezza destinati al fallimento».
      «Per risollevare le sorti dell’azienda basterebe un po’ di semplicità – dice Giovanni Pisu, 44 anni, 22 passati alla Postalmarket, dove ha conosciuto la sua attuale compagna, Massimiliana -. Non servono piani faraonici, avevamo le carte in regola per reggere sul mercato. Ma la proprietà ha sbagliato tutto». Per Giovanni e la sua compagna la Postalmarket è l’unica fonte di entrate, stipendi medi da un milione e 700-800 mila lire che erano comunque una sicurezza. «Sto cercando un altro lavoro – dice -, ma mi rispondono che sono troppo vecchio».
      «Ricordo quando la "signora" veniva ogni giorno – gli fa eco Olga Ieraldi, 51 anni, alla Postalmarket dal ’70 – eravamo il suo gioiello: 70 dipendenti che, con fatica ma tanta convinzione, sono diventati 2000. Abbiamo costruito un’azienda che era una famiglia. Non possiamo accettare che vada tutto a rotoli».
      Mirella Busetti, 39 anni, entrata quando ne aveva 16, è la «vivandiera» e da giorni prepara caffè caldo a tutti: «E’ l’ultima spiaggia. In famiglia ne abbiamo passate tante: mio marito trova solo lavori a termine, nostra figlia sta finendo la scuola e so già che dovrò chiederle di trovarsi un’occupazione. Purtroppo anni di sacrifici a sperare che le cose migliorassero, non sono bastati».
Barbara Sanaldi

LA STORIA

Nel ’58 l’idea vincente di Anna Bonomi

      PESCHIERA BORROMEO – Nel ’58 Anna Bonomi Bolchini, un impero finanziario già consolidato, porta dagli Stati Uniti l’idea della vendita per corrispondenza, prevedendo l’era del consumismo di massa. A Milano prima, a Baranzate poi, una piccola azienda, la Postalmarket, inizia a ritagliarsi una fetta sempre crescente di mercato. In poco più di 10 anni la formula della vendita per catalogo conquista il cuore di migliaia di casalinghe: la Postalmarket riesce a far sognare, la moda «pret a porter» entra direttamente nelle case. Nel ’74 la ditta si trasferisce a Peschiera, ha oltre 2000 dipendenti e un fatturato annuo che supera i 100 miliardi, cifra record per quel periodo.

      LA CRISI – Per tutti gli anni Ottanta l’azienda continua a lavorare con profitto. Qualche problema arriva dai disservizi postali, ma il catalogo «tira»: attrici e modelle famose fanno a gara per farsi fotografare. La crisi arriva però strisciante, la grande distribuzione si diffonde, l’acquisto per corrispondenza perde il suo fascino. Nel ’93 Anna Bonomi Bolchini decide di vendere. Subentrano i tedeschi del gruppo Otto Versand.

      IL DECLINO – Il colosso tedesco riduce il personale (tra il ’93 e il ’98 da 1600 a 900 unità) e fa largo uso di contratti di solidarietà e part-time. Nel ’98 decide di chiudere. A salvare la Postalmarket interviene, a sorpresa, l’allora senatore di Forza Italia Eugenio Filograna che acquista lo stabilimento prospettando il rilancio.

      GLI SCIOPERI – Tre anni dopo anche Filograna, che secondo il sindacato avrebbe accumulato 100 miliardi di debiti, annuncia la crisi. A ottobre presenta lo stato di insolvenza in tribunale che nomina un commissario giudiziale. I lavoratori scioperano e occupano l’azienda.


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