Postalmarket lascia a casa 415 lavoratori

30/09/2005
    venerdì 30 settembre 2005

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    I sindacati lanciano un appello al ministero mentre l’azienda annuncia l’alleanza con una società straniera

    Postalmarket lascia a casa 415 lavoratori

    Bernardi dimezza i dipendenti e per gli altri 350 scade la cassa

    Carlo Catena

      Peschiera. Per 415 lavoratori della Postalmarket sono aperte le procedure di mobilità. Il dato più drammatico sul fronte occupazionale nel Sudmilano negli ultimi anni è arrivato pochi giorni fa sulle scrivanie dei sindacalisti, in un quadro che vede anche Coin e Rinascente – Upim nel mirino di una campagna di scioperi e manifestazioni per la decisione unilaterale delle proprietà di non concedere più integrazioni contrattuali aziendali, che erano un patrimonio storico.

        Tornando a San Bovio, ieri pomeriggio il gruppo Bernardi, che ha rilevato Postalmarket dall’amministrazione straordinaria, ha comunicato formalmente a sindacati e Rsu che 65 dei 150 addetti che erano tornati al lavoro dopo il rilancio saranno messi in mobilità. La stessa decisione era stata presa alla fine della settimana scorsa dai commissari dell’amministrazione straordinaria, che hanno in carico i 350 lavoratori non ancora riassorbiti dalla nuova Postalmarket. Questi ultimi sono in cassa integrazione da due anni e mezzo, e percepiranno l’ultimo assegno in dicembre. Bernardi vuole dismettere il ramo acquisti e ridimensionare pesantemente anche il magazzino spedizioni, con l’obiettivo di chiudere un accordo con un importante gruppo francese nel campo della vendita per corrispondenza e nei grandi magazzini, che potrebbe essere Redoute, anche se è solo un’ipotesi non confermata da Bernardi. Prodotti e catalogo potrebbero essere affidati al nuovo partner.

        «Ci siamo aggiornati con Bernardi a un nuovo incontro a metà ottobre – spiega Dora Maffezzoli, segretaria provinciale e regionale della Filcams Cgil -: chiederemo risposte sulla possibilità di accedere agli ammortizzatori sociali. Settimana prossima incontreremo invece i commissari dell’amministrazione straordinaria, per provare a chiedere di fare pressioni per prolungare la cassa integrazione. Una conquista che non sarà facile, dato che di regola il massimo concesso per aziende in questa situazione è di 18 mesi e qui siamo arrivati, in ragione dell’impatto sociale, già a 30».

        A questo punto i sindacati vogliono chiedere l’attivazione di un tavolo ministeriale per la crisi. «Il piano di sviluppo commerciale di Bernardi non ha avuto le gambe – aggiunge Maffezzoli -, e di fatto non si vedono possibilità di ricollocazione all’interno del gruppo. In 280 hanno invece aderito al percorso alternativo attivato da regione e provincia in collaborazione con l’Agenzia per l’impiego, per corsi di riqualificazione. È costato 350 mila euro, e qualche risultato l’ha dato, anche se piccolo». Oggi i delegati di fabbrica incontreranno i lavoratori per un primo confronto sulle pessime notizie. «Mi sembra che l’operazione della proprietà sia un franchising al contrario, nell’ambito di un quadro europeo in cui la vendita per corrispondenza non è trainante. E anche il fatto che ufficialmente la proprietà non voglia fare il nome del nuovo partner non ci lascia tranquilli, abbiamo l’impressione che loro stessi non si muovano in un quadro di certezza».

        I tagli dei lavoratori in produzione sono stati motivati da pesanti dati negativi di bilancio. «La retribuzione media nel settore del commercio è di 950 euro – conclude Maffezzoli -, e in Lombardia il 50 per cento degli addetti è a part time».