Postalmarket chiude per sempre

09/02/2007
    venerdì 9 febbraio 2007

    Postalmarket chiude per sempre

      Restano senza lavoro 150 dipendenti

        di PATRIZIA TOSSI

        PESCHIERA

        È ARRIVATO al capolinea il sogno dei lavoratori Postalmarket che, dopo quasi 16 anni di proteste e durissimi periodi di casse integrazioni, hanno finito di sperare di essere riassorbiti dall’azienda. I cancelli dello storico stabilimento di San Bovio stanno per chiudere definitivamente i battenti, lasciando senza lavoro i 150 lavoratori assorbiti tre anni fa dal nuovo proprietario Bernardi. Senza prospettive anche i 320 cassintegrati dell’azienda, rimasti finora ancorati alla promessa di un nuovo progetto commerciale con Bernardi. Lo storico marchio specializzato nella vendita per corrispondenza è alle battute finali e nei prossimi mesi la città verrà travolta da un nuovo ciclone di crisi.

          «NESSUNA promessa fatta dal nuovo proprietario – spiega Luciano Di Giorgi, delegato Cgil – si è realizzata. Il centro commerciale che avrebbe dovuto assorbire i cassintegrati non è mai stato costruito, mentre per i due negozi di abbigliamento aperti a San Giuliano e Limbiate il personale Postalmarket non è mai stato preso nemmeno in considerazione». E’ una storia dai toni amarissimi quella della Postalmarket, caduta nel vortice della crisi sul finire degli anni Novanta e passata da una proprietà all’altra nel tentativo di un rilancio che non è mai avvenuto. «Con la chiusura dell’attività, Bernardi lascerà senza lavoro 150 persone – continua Di Giorgi – e altre 320 persone sono ancora in mobilità». Fondata negli anni Sessanta dall’imprenditrice Anna Bonomi Bolchini, l’azienda ha lavorato con successo per oltre trent’anni. Ha venduto abbigliamento a basso costo in ogni angolo del Paese, raggiungendo i clienti con semplici pacchi postali. Il catalogo era l’unica vetrina dei modelli Postalmarket, che potevano essere provati comodamente da casa e poi acquistati a prezzi contenuti. Il marchio Postalmarket ha rappresentato il sogno di modernità delle ragazze degli anni Sessanta, relegate in provincia, lontane dai negozi di città. All’inizio degli anni Novanta è arrivata la crisi e nel ’94 il marchio venne acquistato dalla società tedesca Otto Versand, che solo quattro anni dopo dichiarò la chiusura dell’attività. L’azienda fu allora ceduta all’ex senatore Eugenio Filograna (nella foto a sinistra), ma il declino fu inarrestabile.

            NEL DUEMILA subentrò un curatore fallimentare e tre anni dopo l’azienda fallì. Dai 1740 dipendenti del periodo d’oro, l’azienda è arrivata ai 670 dell’era Filograna. Ora un centinaio di persone sono riuscite ad ottenere la mobilità lunga, fino alla pensione, con il decreto Maroni. Altri trecento lavoratori stanno seguendo il percorso di formazione regionale, ma solo 15 persone sono state ricollocate. «Nessuno ha mai voluto investire realmente in questa azienda – dice deluso Di Giorgi- eppure è un marchio che, a livello nazionale, significa ancora qualcosa e potrebbe dare molto. L’azienda è passata attraverso industriali e personaggi che non avevano nessuna intenzione di rilanciare l’attività, ma hanno solo approfittato degli incentivi e degli sgravi offerti dai governi». Se per il marchio è finita la storia, per i 150 lavoratori della Bernardi si è aperto un nuovo capitolo nero, fatto di nuova disoccupazione e mobilità. E’ di ieri mattina l’ultimo presidio (nella foto a destra) dei lavoratori davanti al municipio di Peschiera.