«Portabile» e flessibile: è la pensione Ue

15/02/2001




«Portabile» e flessibile: è la pensione Ue

di Elsa Fornero

Pensioni "portabili" e flessibili: al raggiungimento di questo obiettivo sono riconducibili due importanti prese di posizione degli ultimi giorni. La prima è del presidente della Commissione europea, Romano Prodi, il quale ha dichiarato che la Commissione non ha alcun progetto di "standardizzazione" dei sistemi pensionistici europei, ma è invece determinata a garantire la completa portabilità delle pensioni entro il 2001. "Portabilità" in gergo tecnico significa che, in caso di mobilità, il lavoratore si "porta appresso", completamente e senza costo, i diritti pensionistici maturati.

L’altra dichiarazione è del primo ministro britannico Tony Blair, il quale — al fine di dare pratica attuazione al principio di non discriminazione dei lavoratori in base all’età — ha espresso l’intenzione di abolire il tetto dei 65 anni per la partecipazione al lavoro, e quindi l’obbligo di pensionamento a tale età.

Per quanto di portata diversa e incentrate su aspetti differenti del sistema previdenziale, le due dichiarazioni si prestano a una lettura comune. Esse sottendono infatti una medesima "filosofia di base" per l’architettura delle pensioni, fortemente innovatrice rispetto alla concezione e alle regole del passato. Queste ultime vedevano nella previdenza pubblica non soltanto uno strumento mirante ad assicurare un reddito nell’età anziana, ma anche un mezzo per realizzare politiche redistributive, industriali, del lavoro e così via. Questa pluralità di fini — talvolta in contraddizione rispetto all’obiettivo principale — ha facilitato l’attribuzione di benefici senza la chiara individuazione degli oneri e finito per creare, oltre a un cospicuo debito pensionistico, anche una molteplicità di effetti collaterali negativi.

Così la redistribuzione ha spesso seguito direzioni opposte all’equità; la politica industriale si è avvalsa, non del tutto propriamente, dei prepensionamenti per agevolare le ristrutturazioni produttive; il mercato del lavoro ha richiesto interventi di defiscalizzazione degli oneri sociali e abbattimenti ad hoc delle aliquote per alleggerire, almeno temporaneamente, il costo di lavoro e favorire l’occupazione.

Se questa è l’eredità del passato, che ancora permea i nostri sistemi, qual è la nuova architettura che faticosamente sta affermandosi e traspare dalle prese di posizione sopra ricordate? Essa è basata sul principio della forte correlazione, a livello individuale, tra contributi e benefici, e perciò su una maggiore assimilazione del risparmio previdenziale, sia nel pilastro pubblico, sia in quello privato, ad altre forme di risparmio: pur nel riconoscimento di importanti specificità, come la maggiore durata dell’accumulazione e lo stretto legame con gli aspetti squisitamente assicurativi.

Soltanto se è così realizzata, eventualmente con poche e chiare eccezioni, la ricchezza pensionistica assume la caratteristica della "portabilità" propria di una quota di fondo comune o di un libretto di risparmio. In mancanza di questi requisiti, sul piano europeo, la realtà è molto più sfaccettata. Le pensioni pubbliche, infatti, godono di una portabilità artificiosa e macchinosa, frutto di accordi internazionali di non facile applicazione, Per quelle private, ancora largamente basate su formule di tipo retributivo e su un mix di fattori tesi alla creazione di un legame duraturo tra il lavoratore e l’impresa, le difficoltà sono ancora maggiori.

La carenza di portabilità è però di ostacolo alla mobilità del lavoro, e ciò contraddice uno dei principi base dell’Unione, che è appunto la libera circolazione del fattore lavoro. Il pronunciamento di Romano Prodi non si limita dunque a un mero contenuto tecnico, ma impone cambiamenti più radicali, che dovranno incidere proprio sul disegno previdenziale.

Lo stesso principio che assicura la portabilità rende però superata anche l’imposizione di rigide demarcazioni tra età di lavoro ed età di pensionamento. Le pensioni "portabili" sono infatti anche compatibili con una più flessibile definizione dei tempi di lavoro e di non lavoro dei soggetti, perché la correlazione tra contributi e prestazioni impedisce che le conseguenze delle scelte individuali ricadano sulla collettività (come invece avviene oggi con le pensioni di anzianità) o vadano a vantaggio della stessa nel caso in cui si penalizzi il proseguimento del lavoro oltre i 65 anni (come sarà in Italia con l’andata a regime della riforma Dini). Così come non premiano il pensionamento in giovane età, esse non penalizzano il proseguimento del lavoro e tanto meno obbligano i lavoratori a ritirarsi a una data età.

Le pensioni "portabili", insomma, sono una premessa per un’Europa più vivibile. Dietro il tecnicismo della portabilità si celano una migliore qualità della vita e una maggiore efficienza produttiva: due obiettivi non sempre compatibili.

Giovedì 15 Febbraio 2001