Popolo delle primarie: 30% «slegato» dai partiti (Mannheimer)

16/10/2007
    martedì 16 ottobre 2007

    Pagina 6 – Primo Piano

    LE PRIMARIE
    IL SONDAGGIO

    Popolo delle primarie,
    il 30 per cento
    è «slegato» dai partiti

      Un elettore su cinque simpatizza per Grillo

      di Renato Mannheimer

        L’ampiezza della partecipazione alle primarie del Partito democratico è stata superiore a ogni aspettativa. Sia di quelle espresse dagli esponenti politici sia di quelle degli studiosi e osservatori. Per la verità, qualche sondaggio nei giorni scorsi aveva suggerito che l’afflusso si sarebbe collocato tra i tre e i quattro milioni di persone, ma gli stessi analisti si dichiaravano increduli di fronte al dato. Invece esso si è realizzato, con solo qualche defezione (in termini di intenzioni di voto non seguita dai fatti) da parte dei più giovani.

        Una così alta adesione al voto dipende da almeno due ordini di motivazioni. Da un verso c’è la militanza politica o di partito: è una componente importante, presente specialmente tra i Ds, la cui partecipazione è stata, rispetto alla base della Margherita, proporzionalmente più ampia. Ma, nel complesso, la spinta di partito rappresenta una motivazione minoritaria. Basti pensare che gli iscritti complessivi a Ds e Margherita ammontano a grossomodo un milione di persone, mentre ha votato almeno il triplo. Per molti, infatti, il voto ha assunto un significato che va al di là della mera scelta di partito. Tanto che, secondo stime affidabili, tra i votanti si può annoverare quasi il 30% che dichiara di non avere preferenze politiche. Insomma, chi, malgrado le inconfutabili difficoltà burocratiche (occorreva ritrovare la tessera elettorale, trovare il seggio giusto, ecc.), è andato a votare, lo ha fatto spesso al fine, più o meno consapevole, di esprimere una generale rinnovata voglia — e speranza — di partecipare, di contare in qualche misura. Ciò che suggerisce come la domanda principale emergente dal voto di domenica non sia tanto rivolta verso obiettivi programmatici precisi, quanto costituisca l’espressione di un desiderio di cambiamento della politica, del modo con cui essa viene esercitata, prima ancora che dei suoi contenuti. Da questo punto di vista, è ragionevole supporre che se il centrodestra avesse indetto in modo analogo le sue primarie, avrebbe ottenuto una partecipazione altrettanto ampia: il desiderio di cambiamento è infatti trasversale e pressante all’interno di entrambe le coalizioni.

        Si è detto che queste primarie sono una risposta all’antipolitica. L’osservazione è solo in parte corretta. Esse rappresentano in realtà una modalità diversa — e certamente più piacevole — di esprimere alcune delle tematiche — e delle richieste — già presenti in molte manifestazioni di antipolitica. Lo mostrano sia la già rilevata ampia presenza di «politicamente alieni» tra i votanti sia il fatto che, come provano le prime ricerche, buona parte — grossomodo un quinto — dei partecipanti alle primarie si dichiara al tempo stesso simpatizzante per Beppe Grillo. In realtà, i motivi dell’antipolitica e della partecipazione alle primarie si sovrappongono in parte: in entrambe le circostanze si richiedono da un verso la semplificazione del quadro politico e dall’altro il rinnovamento della politica stessa attraverso, specialmente, una sua maggiore efficacia. Tra i diversi candidati, Rosy Bindi pare avere raccolto in misura relativamente maggiore sia il pubblico degli «esterni» alla politica (soprattutto donne e giovani), sia l’ampia partecipazione proveniente da votanti per forze diverse da Ds e Margherita.

        Ma oggi gli occhi sono — giustamente — tutti puntati sul neosegretario Walter Veltroni. Al quale toccherà il difficile compito di rispondere adeguatamente al messaggio principale proveniente da una così ampia partecipazione: la richiesta di restituire alla politica fiducia e credibilità.