Pomigliano vota, ma a Torino non basta un sì

22/06/2010

Alla vigilia del referendum sull’accordo per Pomigliano d’Arco si apre un altro fronte per la Fiat a Termini Imerese. Ieri gli operai dello stabilimento siciliano destinato alla chiusura nel 2012 hanno scioperato per un’ora a causa delle parole, ritenute offensive, di Sergio Marchionne che lunedì scorso aveva accusato i lavoratori di avere incrociato le braccia solo per poter vedere Italia-Paraguay. «Gli operai di Termini hanno scioperato rispetto alla loro condizione e alla prospettiva dello stabilimento— ha spiegato il vicesegretario della Cgil, Susanna Camusso—. Condizioni che nulla c’entravano con la partita, e anche se per caso lo due cose avessero coinciso non si possono confondere le ragioni di uno stabilimento condannato alla chiusura con una polemica che considero un po’ gratuita».
Ieri hanno scioperato anche i lavoratori delle carrozzerie di Mirafiori, per solidarietà con i colleghi di Pomigliano, dove a meno di ventiquattr’ore dal referendum il clima resta incandescente, con la Fiat che non arretra di un millimetro, forte anche del via libera di Fim, Uilm, Fismic e Ugl, e la Fiom ferma nel ribadire il no incondizionato all’accordo. L’amministratore delegato della Fiat vuole la garanzia della «praticabilità» dell’intesa firmata il 15 giugno. Praticabilità che, in sostanza, significa sterilizzare i microconflitti che potrebbero nascere in fabbrica dopo il no della Fiom.
L’auspicio, condiviso da molti, resta certamente quello di una vittoria dei sì, ma ancor più importante è la «gestibilità» dell’accordo, senza la quale gli investimenti rimangono a rischio. Si tratta di «fare in modo che le parti si adattino a ciascuna dimensione aziendale reciprocamente, flessibilmente e utilmente» ha spiegato ieri il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, e «credo ha aggiunto — ci siano le condizioni per un largo consenso, senza né vinti né vincitori, se non l’unica vittoria, affidata agli investimenti e ai posti di lavoro». Che è ciò che più conta anche per l’opposizione. Enrico Letta ieri è stato netto sul suo sostegno al sì, auspicando una vittoria «in modo convinto e largo». Ma lo è stato altrettanto anche sulla posizione del Pd, che ritiene «quell’accordo un unicum. Non può essere ripetibile».
Per il vicesegretario del Pd Pomigliano è una situazione particolare e va trattata come tale. Emma Marcegaglia, che ieri ha fatto appello al «grande senso di responsabilità» dei lavoratori, chiedendo alla Fiom se «tutelare i finti malati o gli assenteisti cronici significa tutelare i lavoratori?», ha ricordato che in ballo ci sono «700 milioni di investimento e un’azienda che porta produzione dalla Polonia all’Italia, una cosa che non succede quasi mai». Bisogna solo decidere «se si vuole uno stabilimento competitivo che dia un futuro a 5 mila lavoratori più altri 10 mila nell’ indotto oppure no». La presidente di Confindustria è consapevole tuttavia che quella della Fiom è «una posizione molto problematica» che rischia di rendere ingestibile Pomigliano.
Per ovviare al problema ieri è spuntata l’ipotesi di un «piano C» messo a punto dal Lingotto, che vedrebbe la Fiat creare una nuova società con le attività di Pomigliano e l’assunzione dei lavoratori uno a uno con un nuovo contratto. «Un’ipotesi intermedia— ha rivelato il segretario generale della Fismic, Roberto Di Maulo— già ventilata durante la trattativa che abbiamo chiesto di accantonare perché preferiamo che una vittoria schiacciante dei sì riduca il pericolo da microconflittualità». Tuttavia, ha ammesso, «se le cose non dovessero andare bene non è detto che anche noi, piuttosto che mandare la produzione della Panda in Polonia, non possiamo richiedere che sia usata questa ipotesi».