Pomigliano, sul referendum la rabbia degli operai Fiom

17/06/2010

Ha un bel dire Nichi Vendola che «finisce qui, a Pomigliano, la guerra dei trent’anni iniziata a Torino nel 1980». E che sempre a Pomigliano «si potrà costruire il cimitero della Costituzione». Perché il vangelo Marchionne, sottoscritto da Fim, Uilm, Ugl e Fismic costituisce «la soluzione finale della crisi: il ritorno all’Ottocento». Senza curarsi troppo dei doveri dell’ospitalità, il leader di SeL utilizza la sede delPd per dichiarare «morto il cantiere dell’alternativa al berlusconismo, perché solo nel no al referendum sull’accordo separato c’è il senso della lotta alla destra. Mettendo insieme un dossier su Pomigliano viene fuori il manuale perfetto della sconfitta culturale della sinistra». Se le sue parole riscaldano i cuori delle tute blu Fiom, quelle pronunciate da Gugliemo Epifani più o meno in contemporanea a 250 chilometri di distanza, all’assemblea di Confcommercio a Roma, li pietrifica: «È importante che i lavoratori
siano coinvolti e partecipino al referendum del 22. Ad occhio e croce credo che andranno a votare ead occhio e croce credo che diranno sì». Auspicio o previsione che sia, la frase del leader Cgil rimbalza a Napoli, dove il segretario generale campano, Michele Gravano, e quello della Camera del Lavoro di Napoli, Peppe Errico, si affrettano a diffondere una nota molto esplicita: «Riteniamo che non partecipare al voto o dire no sia un errore che non ci sentiamo di commettere. Invitiamo i lavoratori a votare secondo coscienza e, come la delicatezza della decisione da assumere impone, a votare sì, per mantenere aperto un dialogo unitario».
Quando alle 15.30 con cronometrica puntualità comincia nella Sala dell’Orologio, ce n’è in abbondanza, insomma, perché la programmata (e affollata) assemblea degli iscritti Fiom (sono 700 in tutto lo stabilimento) si trasformi in un gigantesco processo che la categoria intenta alla casa madre, mai vista così matrigna come ora. Con il malcapitato Federico Libertino, inviato della segreteria confederale, che a stento riesce a concludere il suo intervento, sommerso dai fischi e dalle proteste. Spaccatura netta, verticale. Con scarsissimi margini di ricucitura. Perché Maurizio Landini, neo leader nazionale della Fiom, è molto chiaro: «Quando si fanno votare le persone, bisogna che esse siano libere, e invece il 22 si vota sotto la minaccia di chiusura dello stabilimento. Marchionne ci sta puntando una pistola alla tempia: il referendum è illegittimo, per cuinon diamo nessuna indicazione di voto. E la nostra organizzazione – dice rivolto agli operai – non può permettersi di giocare sulla vostra pelle, perché se passa il principio che per fare un investimento bisogna derogare dal contratto e dai principi costituzionali, per il sindacato tutto è finita: fuori e dentro la fabbrica».
RABBIA Andrea Amendola, segretario napoletano dei metalmeccanici, si dice «pugnalato alle spalle dalla Cgil: tra noi c’è sempre stato un rapporto dialettico, ma stavolta si è superato ogni limite». Libertino è conciliante: «Non c’è dubbio che quello della Fiat è un ricatto, ma io non mi chiamerei fuori dal referendum. Meglio: non consegnerei ad altri il risultato delle nostre lotte. Noi abbiamo sempre messo al primo posto il lavoro ». La sala diventa una polveriera. Maurizio Mascoli, segretario regionale Fiom, rintuzza punto per punto: «Eviterei la strumentalizzazione delle lotte: lo ritengo un insulto per i lavoratori. Noi applichiamo lo Statuto della Cgil: se firmassimo questo accordo, che nega diritti indisponibili, dovreste commissariarci. Le dichiarazioni di Epifani, che usa quasi le stesse parole della Marcegaglia,
sono irresponsabili. Anche perché – aggiunge tra boati di approvazione – è già partita la schedatura in fabbrica: sulle linee della 159 i capi passano e chiedono il consenso all’accordo, trascrivendo nomi e cognomi degli interpellati».