Pomigliano, l’ora della verità

14/06/2010

ROMA Nessun passaggio leggibile come ipoteca sulle decisioni che verranno oggi, primo di due giorni nodali per Pomigliano, dal vertice Fiom (il giorno dopo sarà quello dello splash down a carte scoperte con la Fiat e le altre sigle). Solo una dichiarazione forte, a riaffermare quanto valga, per la Cgil, la posta che c’è dentro e attorno alla trattativa per lo stabilimento campano. Ironia – in un certo senso – della sorte, la tribuna da cui Guglielmo Epifani ha parlato è quella “prestata” dalla Cisl, durante la cui festa il leader Cgil è intervenuto.
«Pomigliano non ha alternative. Napoli non ha alternative sul territorio. Servono lavoro, sviluppo e investimenti» è l’incipit. Ma per specificare poi che per la vita di Pomigliano ci sono motivi di politica industriale sempre sostenuti dalla Cgil: che in Italia si fanno meno auto che in altri Paesi europei paragonabili, e meno di quanto si compra, e quindi tagliare è sbagliato. Poi c’è che Pomigliano è fulcro del suo tessuto territoriale e del Sud. Epifani ha ricordato quanto fatto per difenderlo: scioperi, fasi di lotta, con a fianco anche le istituzioni e la Chiesa (il vescovo di Nola) in molte di esse. Infine il leader Cgil ha risposto al ministro Tremonti che, pure lui alla festa, aveva citato Don Sturzo dicendo di «parlare a una platea di uomini liberi e forti». «Uomini liberi e forti è una frase bellissima, la faccio mia, ma a una condizione: aggiungendo la parola “giusti”, perché non mi piacciono i forti che fanno i forti con i deboli e i deboli con i forti», ha scandito Epifani, strappando l’applauso alla platea cislina.
Lo stesso Tremonti aveva additato poco prima il percorso indicato dalla Fiat e accettato da Fim, Uilm, Fismic e Ugl come «la via giusta. È finita l’epoca del conflitto tra capitale e lavoro e tra questo conflitto e l’economia sociale di mercato. La via giusta è quella dell’economia sociale di mercato», aveva detto il ministro. E il vice presidente di Confindustria Alberto Bombassei spiegava: «Capisco Marchionne nella sua estrema chiarezza e poca diplomazia, nel dire che si può investire in Italia solo con certe garanzie. Da italiani, in ogni caso, è evidente che speriamo si possa investire in Italia».
«Su Pomigliano auspichiamo che il senso di responsabilità prevalga e l’investimento vada avanti». È Stefano Fassina a parlare per il Pd, ammonendo poi: «Sacconi non usi Pomigliano per continuare la sua offensiva di smantellamento dei diritti dei lavoratori. Rischia di dare una pericolosa dimensione politica alla richiesta di deroghe sul diritto di sciopero incluse nel documento della Fiat». Un tema, le cosiddette clausole di esigibilità, su cui però l’azienda potrebbe offrire martedì qualche novità.
La parola torna al Comitato centrale Fiom di oggi. E alla relazione di un segretario in carica da due sole settimane. Cui tocca pesare i due macigni sulla bilancia: di qua la nodalità dichiarata da Epifani stesso di Pomigliano aperta; di là la sensazione (e più, in casa Fiom Cgil) che la scatola senza alternative messa sul tavolo da Marchionne racchiuda anche una profonda minaccia per il baluardo del contratto nazionale. E che le riserve non fossero di una parte sola lo dice anche la richiesta, poi caduta, della Fim di trattare Pomigliano da start up, con regole speciali, incapsulate, non esportabili alle relazioni industriali con l’intero gruppo.
Tra le incertezze aleggia infine anche quella del referendum su un eventuale accordo, di tutti o (se Fiat decidesse di accettarlo) separato. Gli esempi “storici” sono a loro volta divaricati. Dicono di accordi separati alla Piaggio con la Rsu che chiama al voto, la Fiom che sostiene il no, perde e firma. Ma anche della Zanussi, con intese separate fatte saltare dal no referendario