Pomigliano dice «lavoro e dignità»

24/06/2010

Venti giorni da segretario generale sono bastati per scoprirne la statura, preso com’è stato nel mezzo della battaglia più difficile per il mondo del lavoro da molti anni a questa parte. Maurizio Landini, il giorno dopo il voto di Pomigliano ha molto da dire.
Voi non avevate dato indicazioni di voto. Vi ha sorpreso il risultato?
È un elemento di sorpresa, perché eravamo in presenza di un ricatto pesantissimo sui lavoratori. Anche per questo avevamo dato indicazione di andare a votare, visto che la Fiom aveva già deciso di non firmare l’accordo. Mi ha colpito però il segnale di dignità che è stato lanciato. Anche sotto ricatto, le persone hanno detto chiaramente: non ci può essere lavoro senza diritti. Questo dovrebbe far riflettere tutti.
La nota rilasciata dalla Fiat («andiamo avanti con chi ci sta») cosa segnala?
Se la Fiat pensa davvero di confrontarsi solo con una parte dei sindacati, dopo il voto di oggi, lo considero un errore. Dovrebbe riflettere su quello che è successo a Pomigliano, ma anche in tutti gli altri stabilimenti del gruppo. Proprio perché è vero che siamo di fronte a una crisi senza precedenti, se davvero la Fiat ha a cuore le sorti dello attività industriali in questo paese, dovrebbe assumersi la responsabilità di ricercare un consenso con tutte le organizzazioni
sindacali. Ma soprattutto di dare due messaggi: se vuole l’intelligenza delle persone nel lavoro, deve riconoscerne la dignità; la contrattazione e il confronto sono una risorsa anche per la Fiat. L’idea autoritaria di poter affrontare la crisi attraverso il comando unilaterale della condizione di lavoro, con uno sfruttamento senza precedenti, beh, i lavoratori hanno risposto che non l’accettano. Visto che per far funzionare le aziende il consenso è decisivo, sarebbe interesse della Fiat affrontare questa crisi ricercando davvero il confronto. Riconoscendo pari dignità agli interessi in campo.
Questo referendum era un ricatto. Ma una volta «sdoganato» dalla Fiat, non sarebbe
necessario prevederlo in tutte le situazioni di dissenso tra i vari sindacati?
Assolutamente sì. Qui la stranezza è che siamo in presenza di un accordo separato che viola Costituzione, contratti e leggi. La strumentalità è emersa tutta,ma si pone comunque il problema: quando ci sono punti di vista diversi tra i sindacati, deve diventare una regola che solo i lavoratori possono decidere, votando, sulle loro condizioni di lavoro.Ho sentito diverse forze politiche dire che era importante il pronunciamento dei lavoratori. Bene: come Fiom, in questi mesi, abbiamo raccolto centinaia di migliaia di firme per una legge di iniziativa popolare che regoli il diritto di votare e decidere sugli accordi. La facciano approvare. Naturalmente, non si può votare sui diritti «indisponibili »; come la parità di salario tra uomo donna o il diritto di sciopero.
Sacconi vede l’Italia nel Mediterraneo come motore della «quarta potenza emergente », esplicitando l’idea della competizione al ribasso. È una visione che sta pesando anche nella vicenda di Pomigliano?
Quel che è emersa è la totale assenza di
un’iniziativa del governo. Hanno semplicemente fatto il tifo per la Fiat. Siamo l’unico paese che in piena crisi non ha nemmeno più un ministro dello sviluppo. Negli Stati uniti il governo ha stanziato fondi per l’investimento e il riordino del settore auto. Qui hanno dato incentivi pubblici alle imprese, ma senza mai vincolarle alla difesa dell’occupazione. Non si parla di auto elettriche, motori ecologici, una diversa politica della mobilità. C’è solo un accompagnamento
dei processi. La stessa famiglia proprietaria della Fiat si impegna più nella finanza e nell’immobiliare che non nell’auto. C’è stato però un incrocio tra scelte della Fiat e il governo, sull’idea che per poter investire in Italia bisogna cancellare Costituzione, leggi, diritti. È una logica che porta all’imbarbarimento e al sottosviluppo. Se si pensa di uscire dalla crisi competendo su bassi salari e bassi diritti, non si va da nessuna parte. C’è chi sa farlo meglio di noi. La lotta di Pomigliano contiene un elemento generale: pone il problema di un’altra idea di sviluppo e di modello sociale.
La Cgil sembra aver capito in ritardo la portata di questa sfida. A partire dallo sciopero generale di domani, è possibile che tutta l’organizzazione si muova?
Credo proprio di sì, ed è questo lo spirito con cui parteciperemo. Deve essere l’inizio di una mobilitazione e di una discussione nel paese. Pomigliano ha chiarito che siamo davanti a un bivio, al «dopo cristo».Ma quali sono le risposte? C’è una risposta diversa da quella Fiat e che faccia di lavoro e diritti un punto di costruzione di un’altra fase? Mentre il governo blocca i salari nel pubblico impiego, nel settore privato – se passa la loro logica – viene chiesto al sindacato di farsi complice della compressione dei diritti «per uscire dalla crisi». C’è quindi un interesse generale. Per cambiare questo quadro solo la Cgil può mettere in campo la mobilitazione necessaria. Non c’è un secondo tempo. La partita per modificare la situazione si sta giocando ora.