Politica dei redditi, quella bandiera lasciata ai sindacati

23/02/2004




lunedì 23 febbraio 2004

STORIA & IMPRESE


Politica dei redditi, quella bandiera lasciata ai sindacati
eppure l’intesa sui salari dei primi anni Novanta consentì un forte recupero di redditività alle aziende
      «Non so se la Confindustria ne abbia guadagnato o no in immagine, so di sicuro che le imprese se ne sono avvantaggiate in termini reali». Così Luigi Abete risponde a chi gli chiede di spiegare, con il senno di poi, il paradosso della politica dei redditi italiana. Ovvero come si sia potuto verificare che l’organizzazione (la Cgil) più recalcitrante a firmare i grandi accordi di pace sociale del ’92 e del ’93, alla fine sia stata quella che ne ha fatto una bandiera. Sostiene infatti lo storico Giuseppe Berta che la Confindustria ha commesso un grave errore: ha lasciato via via al sindacato la primogenitura della concertazione e di conseguenza non ha mai capitalizzato l’investimento politico-culturale che sotto la presidenza Abete aveva pure fatto. Se poi dalla stagione della politica dei redditi l’analisi si allarga all’intera vicenda delle relazioni industriali dal Sessantotto ad oggi, ne viene fuori un secondo paradosso: quando il riformismo industriale ha volato alto – vedi Rapporto Pirelli e Statuto d’impresa di Guido Carli – è stato accusato (dall’interno) di velleitarismo perché non spostava i rapporti (materiali) di forza, quando invece ha portato a casa importanti risultati – la moderazione salariale in primis – non è riuscito a costruire attorno alle sue vittorie né una cultura né una narrazione. Eppure se l’Italia dei primi anni ’90 ha tenuto ed ha evitato il default il merito non va solo ai due governi (quelli presieduti da Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi) che avviarono il risanamento dei conti pubblici nel buio più assoluto della politica, ma anche alle parti sociali che esercitarono con successo, in un’Italia alle prese con l’elettroshock di Tangentopoli, quella che i politologi chiamano supplenza. L’intesa del ’93 infatti permise di ridurre la conflittualità ai minimi termini in virtù di una reciproca legittimazione tra le parti. Ammette Innocenzo Cipolletta che della Confindustria di quegli anni era direttore generale: «Non ho difficoltà a dire che il vantaggio maggiore di quegli accordi fu per le imprese. Il blocco dei salari, unito alla svalutazione della lira che si ebbe successivamente, consentì alle aziende un recupero di competitività gigantesco». I rinnovi contrattuali della prima parte degli anni Novanta furono sbrigati senza la necessità di ricorrere a logoranti conflitti, perfino i metalmeccanici siglarono la loro intesa di categoria senza un’ora di sciopero e senza nemmeno la mediazione del ministro del Lavoro.
      Il ciclo virtuoso delle relazioni industriali made in Italy era iniziato nel ’91 prendendo il toro per le corna, affrontando cioè la spinosissima questione della scala mobile. La Confindustria premeva da tempo per la sua completa abolizione ma si era scontrato con l’opinione prevalente nelle forze politiche che la vedeva come una polizza di coesione sociale e di conseguenza non voleva toccarla. Ciò che era stato tentato tante volte riuscì sotto il governo Andreotti con uno stratagemma. Il 10 dicembre del ’91 fu firmato un accordo che rimandava di sei mesi la definizione di nuovi assetti contrattuali e, senza gridarlo ai quattro venti, aboliva la scala mobile. Nel giugno successivo era cambiato il governo, a palazzo Chigi c’era Giuliano Amato che si impegnò di persona a risolvere il rebus. Propose un lodo che prevedeva la fine della scala mobile, un aumento di 10 mila lire uguale per tutti e la sospensione della contrattazione aziendale fino all’anno successivo. Il lodo venne accettato da tutti. Il leader della Cgil Bruno Trentin prima firmò e poi si dimise. «Trentin si era ritrovato a tradire uno dei grandi principi simbolici su cui si fondava la filosofia sindacale della Cgil sin dagli anni ’50 – ha scritto Gino Giugni -. Ma fu un tradimento necessario».
      La definitiva conversione della maggiore confederazione sindacale alla concertazione si ebbe l’anno dopo quando con il governo presieduto da Ciampi si raggiunse l’intesa di S. Tommaso (3 luglio). Il sindacato rinunciò a pretendere la garanzia del potere d’acquisto e la Confindustria accettò i due livelli contrattuali. Nonostante il mezzo miracolo – che come ebbe modo di dire Amato «sanciva il rientro degli italiani nel genere umano» – non mancarono le critiche perché «la concertazione – disse Giugni che nel frattempo era diventato ministro del Lavoro – è un po’ come la socialdemocrazia. Si fa ma non si dice». La stagione che andò dal ’91 all’estate del ’93 segnalò quindi una straordinaria vivacità della Confindustria accompagnata stavolta, rispetto al passato, anche dal raggiungimento di ottimi risultati negoziali. Chi invece apparve in difficoltà fu il sindacato e solo il senso di responsabilità (e il carisma) dei suoi leader riuscì a contrastare l’anima salarialista della base. Come è potuto allora accadere che negli anni successivi le parti si invertissero? Che i bisbetici della concertazione ne diventassero poi gli alfieri? Dove sbagliarono gli industriali?
      Secondo il presidente del Cnel Pietro Larizza, al tempo numero uno della Uil, la politica dei redditi limitava l’autorità salariale del padronato e soprattutto le imprese del Nord Est non vollero accettare questa novità. Rivela Larizza che il presidente Abete temeva l’estensione del contagio dal Veneto al resto d’Italia e di conseguenza aveva chiesto al sindacato di non accettare gli aumenti che pure in alcune fabbriche settentrionali gli industriali elargivano motu proprio. Cipolletta spiega il paradosso con la capacità del sindacato «di fare la storiografia degli accordi sindacali», di avere dunque una capacità di narrazione superiore a quella degli imprenditori. Per anni del resto anche alla Luiss, l’ateneo confindustriale, in alcune discipline si è studiato su testi di fonte sindacale. Secondo l’ex leader della Cgil, Sergio Cofferati, il motivo della mancata capitalizzazione degli accordi del ’93 da parte della Confindustria risiede nelle divisioni interne: «Una parte del padronato non è stata mai convinta di quella scelta, penso alla Federmeccanica». Una tesi che sembra condivisa dallo storico Luciano Cafagna, secondo il quale «non c’è stata mai una grande omogeneità tra gli industriali», una contraddizione che è stata occultata fin quando nel firmamento imprenditoriale ha brillato la stella di Giovanni Agnelli.

Dario Di Vico


Economia