Politica dei redditi: Il salario è basso? Diventiamo capitalisti

25/01/2001

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Giovedì 25 Gennaio 2001
commenti e inchieste
pagina 7

Il salario è basso? Diventiamo capitalisti

di Luca Paolazzi

In Italia si riaffaccia la «questione salariale». Par di esser tornati agli anni 60 e 70, con un ringiovanimento collettivo. Meglio del gerovital! Finalmente qualcosa di nuovo, dopo anni di noiosa e trita politica dei redditi, che ha ingabbiato le menti oltre che i salari. Ma in cosa consiste tale questione? In verità, la confusione sotto il cielo è massima.

Si capisce vagamente, ma nemmeno troppo, che si vuol ridare spazio alla crescita delle retribuzioni; termine da preferire ai salari (nome derivato dalle «razioni di sale» con cui nell’antichità si pagava il basso lavoro), visto che ormai di salariati ce n’è rimasti davvero pochini. L’obiettivo è condivisibile in sé (chi non vorrebbe guadagnare di più?), seppure posto dai proponenti con termini e analisi dal sapore veteromarxista, curiosamente ospitati nel quotidiano storico della borghesia illuminata milanese.

Non si capisce invece in base a quali elementi logico-statistici tale questione possa essere davvero sollevata. Né si dice quali sarebbero le conseguenze di una proposta che nella sostanza vuol dare più spazio al lavoro nella distribuzione del reddito («Unica strada, aumentare i salari» titola l’articolo apparso lunedì sul «Corriere della Sera»).

Ecco la parola chiave da cui partire per cercare di dipanare la bella matassa logico-concettuale-numerica: distribuzione del reddito. Anzitutto, ricordiamo che esistono due tipi di distribuzione: la distribuzione fattoriale e la distribuzione personale. La distribuzione fattoriale dice quanta parte del reddito prodotto va a ciascun fattore della produzione. Per esempio, e semplificando, quanto va al lavoro e quanto al capitale (che comprende anche il rischio imprenditoriale). La distribuzione personale indica quanto reddito guadagna ciascuno, a vario titolo. Per esempio: stipendio, interessi e dividendi, trasferimenti (come gli assegni familiari).

Perché è importante questa distinzione? Per una ragione concettuale e per una fattuale. Il primo tipo di distribuzione ha a che fare con l’efficienza del sistema economico; il secondo con l’equità. Il primo obbedisce alle leggi dell’economia, che ci dicono, per esempio, quanta occupazione si crea con una certa crescita. Il secondo sottostà alle leggi della politica, alle preferenze dei cittadini in materia di imposte e spesa pubblica (tra cui le pensioni). Perseguire una più equa distribuzione del reddito agendo sulla distribuzione fattoriale produce effetti nefasti, che spesso si ritorcono contro gli stessi presunti beneficiari della redistribuzione.

Questo è proprio quello che è successo in Europa, e soprattutto in Italia, dove le massicce rivendicazioni salariali degli anni 60 e 70 hanno indotto una sostituzione di lavoro con macchine, penalizzando l’occupazione e preparando il terreno a un ritorno della quota del lavoro sui livelli passati. Infatti, tale quota è oggi attorno al 67% (inclusa la remunerazione del lavoro indipendente, che sempre lavoro è), come negli anni 50 e nella prima metà degli anni 60, mentre aveva toccato un picco del 73% nel ’75 (l’anno infausto del punto unico di contingenza e di massima confusione politico-economica), e ancora al principio degli anni 90 era superiore al 70 per cento.

Detto per inciso, ciò che conta per questa analisi è il costo del lavoro, compresi oneri sociali diretti e indiretti, non la retribuzione, e tanto meno la retribuzione netta. Infatti all’impresa interessa il costo complessivo del lavoro (il suo prezzo tutto incluso), perché è questo che va confrontato con la sua produttività. Se le retribuzioni nette scendono perché si allarga il cuneo fiscal-contributivo, il problema diventa di distribuzione personale, di imposte e spese pubbliche, non di livello della retribuzione lorda in sé.

Il ritorno a livelli del passato della quota del lavoro si spiega con il minor impiego di lavoro e il maggior apporto di capitale nella produzione. Il rapporto capitale/lavoro è raddoppiato in Italia tra i primi anni 70 e la fine dei 90, per sostituire un lavoro diventato troppo caro (non solo in termini di costo, come spiega Tito Boeri nel pezzo qui sotto). Ma se c’è più capitale nella produzione, è normale che la sua quota salga. E anzi, è salita ancora poco, come dimostra il fatto che la redditività del capitale è in Italia la metà che in Europa, dove pure è la metà che negli Usa. E infatti poche imprese straniere investono da noi e molte nostre investono all’estero.

Negli anni in cui la «questione salariale» ha sfondato la barriera divisoria tra arena economica e arena politica, si è avuto in Italia (e in misura minore in Europa) uno scambio perverso tra retribuzioni e occupazione (si vedano i tre grafici sovrapposti). In Italia le retribuzioni sono salite in termini reali costantemente, mentre l’occupazione è rimasta al palo (quella privata è scesa). In Europa l’occupazione è andata un po’ meglio, perché si sono introdotte prima che da noi misure di flessibilità. Negli Usa la moderazione salariale ha premiato in termini di posti.

Negli anni più recenti, la moderazione salariale ha preparato il terreno per il rilancio dell’occupazione in Italia e in Europa, che ora sale ai ritmi più alti dal dopoguerra. Soprattutto in Italia c’è bisogno di questo rilancio, dato che abbiamo tante persone inoccupate (il rapporto occupati/popolazione è tra i più bassi del mondo occidentale). Buttare alle ortiche la moderazione significa bloccare il processo di allargamento della base occupazionale.

La distinzione tra i due tipi di distribuzione, fattoriale e personale, è importante anche per una ragione fattuale: può essere che il lavoro "paghi" meno, ma non è detto che questo sia un male per l’equità, se nel frattempo le persone si sono appropriate di altre fonti di reddito. Se i proletari sono cioè diventati a loro volta un po’ capitalisti. Marx si rivolterà nella tomba: è la fine della lotta di classe. Ma è quello che è accaduto, e ancor più accadrà, attraverso la partecipazione diretta e indiretta (via fondi pensione) dei lavoratori al capitale delle imprese.

Da questo punto di vista l’aumento della patrimonializzazione dell’economia (più alto rapporto tra ricchezza e reddito) è positivo, perché significa una maggiore centralità e una maggiore diffusione del capitale. Perciò occorre una Borsa efficiente, che spinga le imprese a quotarsi, per accrescerne trasparenza ed efficienza.

Ciò che è deplorevole non è che i giovani, sull’onda di questa patrimonializzazione (che non vuol dire affatto «economia della rendita», semmai del rischio), inseguano un sogno di successo e si avventurino a testare sul mercato un’idea imprenditoriale, quanto che abbandonino la scuola presto, per inseguire la retribuzione da operai e manovali.

La vita non è solo sudore, ma anche e soprattutto rischio. E, perché no, divertimento. In questo sì è bene essere un po’ folli: guardando in avanti, non indietro, costruendo e non distruggendo, per rimpianto, quello che finora è stato faticosamente fatto di buono nel cambiare il Paese.