Politica dei redditi: I sindacati si difendono

25/01/2001

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Giovedì 25 Gennaio 2001
commenti e inchieste
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I sindacati si difendono

ROMA Un accordo da rifare. La politica dei redditi scandita dalle regole di quell’accordo del 23 luglio sembra, almeno per alcuni, aver fatto il suo tempo. Legata com’era a una fase di risanamento pubblico, di controllo dell’inflazione, appare ora un ricordo dei tempi del sacrificio e della rinuncia. Ad avvertire la necessità di porre la questione salariale soprattutto attraverso una rilettura e rifondazione dell’accordo del 23 luglio sono Cisl e Uil, strette alleate per arrivare a una svolta. Resta da una parte la Cgil che rivendica innanzitutto una ragione di opportunità, con la vertenza dei meccanici in ballo. Ma resta anche cauta su processi di ripensamento troppo radicali. «Tra le pieghe dell’intesa del 23 luglio — dice Guglielmo Epifani, segretario generale aggiunto della Cgil — si possono ancora trovare spazi per riproporre la questione salariale».

Chi vuole il cambiamento e un tavolo per discuterne, non punta però a una demolizione delle attuali regole ma a una ricalibratura alla luce della diversa fase economica che stiamo attraversando. «Non solo. C’è ancora il grande tema irrisolto del nostro Paese — dice Savino Pezzotta, segretario generale della Cisl — che è il divario Nord/Sud oltre che l’innegabile compressione in questi anni del salario. Lo strumento per affrontare questi due nodi resta quello contrattuale, quello di una ribilanciamento dei due livelli. Il contratto nazionale deve restare un livello di garanzia, la soglia dei minimi retributivi e dei diritti essenziali. Tutto il resto deve essere spostato sul territorio o in azienda. Oggi ci troviamo con un problema di non redistribuzione della ricchezza, calcoliamo che circa un 30% resta fuori delle buste paga, perché tutto il peso contrattuale è spostato sul livello nazionale. E oggi, in una fase economica nuova, questo pesa molto più che in passato e accende davvero la questione salariale».

Su un punto nessuno sposterebbe una virgola: sul modello concertativo, sull’esigenza di una nuova spinta delle parti sociali che accompagni e renda più evidente l’ingresso in un nuovo ciclo. «Non si può affrontare questo tema scavalcando la concertazione, si darebbe spazio al corporativismo, alla frammentazione. Certo che — dice Luigi Angeletti, segretario generale della Uil — in una fase di bassa crescita il salario del lavoro dipendente ha "sofferto" ma ora mi sembra si possa ragionare in modo diverso. Occorre davvero spostare gran parte della politica salariale e di mercato del lavoro sul secondo livello. Dico "davvero" perché finora l’esistenza dei due livelli è stata solo teoria e non pratica. Certo è che se le imprese puntano alla demolizione del contratto nazionale fanno un grande errore. Insieme, invece, si deve ragionare su un diverso assetto contrattuale con il baricentro sul territorio o in azienda. Ma affrontare anche il tema del cuneo fiscale che, alleggerito, può dare molto più slancio a occupazione e sviluppo di quanto non posaa fare la riduzione dell’Irpeg».

Il tema fiscale non sfugge al dibattito. Soprattutto alla Cgil che del dividendo fiscale ha fatto la sua ultima bandiera. «Un passo in avanti l’abbiamo fatto in Finanziaria. Siamo riusciti a spuntare la corsia preferenziale per il lavoro dipendente nella redistribuzione del dividendo fiscale. È un primo passo — spiega Epifani — ma è una difesa reale visto che il prelievo fiscale ha eroso di 5 punti le buste paga. Il tema fiscale, dunque, resta centrale. Dal punto di vista contrattuale si possono ancora trovare spazi nell’accordo del 23 luglio e comunque una discussione di questo modello non può essere la strada per far guadagnare di più a pochi e molto meno ai più. Un’altra strada, anche se non direttamente connessa con gli aspetti salariali, è quella di una revisione degli inquadramenti. Un’esigenza che si pone più per ragioni di adeguamento riguardo all’innovazione tecnologica e alle nuove professioni. Indirettamente, certo, impatta anche i temi salariali».

Qualcosa si muove e qualcuno sottolinea il movimento, appena accennato, di una categoria come quella dei meccanici oggi alle prese con un rinnovo difficile. «Fim, Fiom e Uilm hanno aperto uno spiraglio alla discussione di un nuovo modello contrattuale. Solo poco fa sembrava un passo impossibile, lontanissimo — dice Pezzotta — e invece è arrivato un segnale. Se non si cercano strade di rinnovamento il rischio, soprattutto per le parti sociali, è quello dell’immobilismo, della stasi. L’invito è quindi alle imprese di sedersi a un tavolo ma senza pregiudizi e soprattutto valutando che un livello nazionale di garanzia è un utile riferimento per giudicare la soglia del sommerso e per evitare il dumping sui diversi mercati territoriali».

Lina Palmerini