Poco spazio alle lavoratrici

21/12/2005
    martedì 20 dicembre 2005

      Pagina 5 – Economia e Politica

      La foto scattata da una serie di indagini Isfol- Istat, università e Bankitalia

        Poco spazio alle lavoratrici

          Divari nelle retribuzioni e più disoccupazione

            Sei donne su dieci sono disoccupate nel Mezzogiorno. E se questo dato allarmante si dimezza guardando al Centronord, dove a restare a casa sono in tre su dieci, un’altra anomalia accomuna invece tutte le lavoratrici: la clamorosa differenza delle loro retribuzioni rispetto a quelle degli uomini, che si accentua quanto più è elevato il titolo di studio, fino a raggiungere il 40% di stipendio in meno per le laureate rispetto ai colleghi maschi. Il divario si assesta invece intorno al 25% se non si guarda ai titoli di studio. Sono queste solo alcune delle cifre emerse da una serie di indagini condotte nel corso del 2005 dall’Isfol, dall’Istat, e da altre istituzioni tra quali alcune università e la Banca d’Italia, sotto il coordinamento del ministero del lavoro, e presentate ieri a Roma da Sergio Trevisanato, presidente dell’Isfol, e Lea Battistoni, direttore generale mercato del lavoro del minwelfare.

              A dare un’idea delle maggiori difficoltà delle donne a trovare un lavoro, mantenerlo e raggiungere posizioni dirigenziali ci ha pensato, in particolare, l’indagine condotta dall’Istat sulle donne tra i 35 e i 45 anni, che sono circa 5 milioni, il 70% delle quali in coppia e con figli. Di queste, due milioni non lavorano, con percentuali che come s’è visto vanno dal 60% di disoccupazione nel Sud al 30% nel Centronord.

                Dei tre milioni di donne occupate, e che rappresentano in tutto il 60% della forza lavoro, la quota massima si trova tra le single (87%), mentre solo poco più della metà (55%) vive in coppia con figli, e la percentuale scende all’aumentare dei pargoli. Accettare o addirittura preferire contratti part-time o a tempo determinato, inoltre, sembra una prerogativa femminile: il 25% delle lavoratrici, dunque una su quattro, è impiegata part-time contro il 5% degli uomini; mentre il 23% delle donne nel Mezzogiorno, e il 10% al Centronord, lavora a termine. Chiaro che con queste premesse, solo 8 donne su 100 diventano dirigenti. Le cause? Invariabilmente le stesse: il carico dei lavori domestici e di cura dei figli e degli anziani spinge le donne a competere meno degli uomini sul lavoro, e spinge le aziende a discriminarle in partenza o alla prima gravidanza. Questa almeno la ricostruzione di Luisa Rosti (università di Pavia), che sottolinea come nel mondo del lavoro la situazione sia esattamente opposta a quella della scuola e dell’università, dove sono le ragazze a primeggiare e a laurearsi in maggior numero (il 56% dei laureati è femmina) e con i voti migliori. ´Le prime a scuola diventano le ultime nella vita anche perché non sono consapevoli del loro valore e preferiscono dedicarsi alla casa e alla cura, ma così la società ha un costo netto, perché perde una parte dei talenti migliori’, ha spiegato Rosti. Da qui ´le azioni positive da intraprendere anche a livello di contrattazione aziendale per aiutare le donne a conciliare lavoro e famiglia e colmare quel gap’, suggerite da Lea Battistoni. Finora, però, le politiche per l’occupazione, riforma del lavoro compresa, non hanno inciso in maniera significativa sulla situazione femminile, come ha ammesso la stessa Battistoni. Molto, quasi tutto, quindi, resta ancora da fare. (riproduzione riservata)