Poco pane e niente rose

14/12/2000




13 Dicembre 2000



Poco pane e niente rose
Gli operai delle pulizie, sfruttati e sottopagati da false cooperative e imprese
ANTONIO SCIOTTO – ROMA

Il pane riusciranno a portarlo a casa, a fine mese. Le rose – ovvero il diritto a una vita dignitosa – sicuramente no. In questo periodo è facile parafrasare il film di Ken Loach, Bread and roses, per parlare degli operatori delle pulizie. Ma forse è l’unico modo per indicare immediatamente tutto un mondo di lavoratori di cui i mass media, di solito, non parlano. Eppure sono oltre 450.000 in tutta Italia – più di 2.500.000 in Europa – e lavorano soprattutto di notte per rimuovere la polvere e i rifiuti delle nostre frenetiche giornate passate nelle aziende, negli ospedali, nei comuni.
Darne un’idea precisa è alquanto arduo, perché già la cifra riferita all’Italia include molto lavoro sommerso. I dati ufficiali del 1998 parlano infatti di 250.000 addetti alle pulizie, i tre quinti dei quali sono donne. Se si passa poi dalla quantità dei lavoratori alla qualità della loro vita, ci si addentra in un roseto niente petali e tutto spine: è impossibile programmarsi serenamente la vita sui tempi lunghi, essendo il rinnovo dei loro contratti – in media ogni anno – legato necessariamente agli appalti che le imprese o cooperative da cui dipendono riescono a vincere.
La precarietà quindi, innanzitutto. Molti di questi lavoratori passano il Natale negli uffici dell’Ispettorato del lavoro, per assicurarsi una riassunzione. Per legge, infatti, qualora l’impresa per cui lavorano perda l’appalto, devono essere assunti dalla nuova impresa che lo vince. E’ già una garanzia, ma bisogna lottare con tutte le forze per poter essere reintegrati con le precedenti condizioni. La maggior parte di loro lavora part-time. Un quinto livello, a tempo pieno (40 ore), riesce a portare a casa, al lordo, quello che un metalmeccanico prende al netto, e cioè circa 1.700.000 lire (il contratto nazionale stabilisce una retribuzione lorda di 10.700 lire l’ora). Per gli altri, sono dolori: i part-time prendono anche 300-400 mila lire nette al mese, salvo poi avere altre maggiorazioni e straordinari tutti in nero. Ma al rinnovo del contratto, volta per volta anche con padroni diversi, se non era tutto registrato, è ovviamente molto difficile ricostruire un minimo di continuità retributiva.
E lo sfruttamento trionfa. Senza dubbio, la più forte forma di sfruttamento a cui questi lavoratori sono esposti viene proprio dalle cooperative. Non tutte, ovviamente, ma quelle che nel settore chiamano "spurie". Ovvero fasulle, messe su per sottopagare. Qualsiasi imprenditore può investire un capitale di base e fondare una cooperativa, facendo associare dei lavoratori. Avrà così gli sgravi previsti e, soprattutto, non sarà obbligato a trattare come dipendenti quelli che, formalmente, sono suoi pari. "In Italia ci sono migliaia di piccole cooperative – dice Carmelo Romeo (Filcams Cgil) – che giocano proprio su questo. Il cosiddetto socio-lavoratore non è garantito come un dipendente e può anche non essere pagato a fine mese. Parteciperà, a fine anno, degli utili della cooperativa, se ci saranno". In realtà – e ci sono fior di cause vinte dai soci-dipendenti – chi lavora per queste cooperative fasulle è spesso nè più nè meno che un lavoratore subordinato, pagato però a casaccio, perché tutto viene gestito all’interno della cooperativa stessa, secondo gli statuti che questa si dà.
"In Parlamento – aggiunge Romeo – giace da tempo un disegno di legge per rivedere il profilo del socio-lavoratore, che non svuoti il significato dell’essere socio, ma che chiarisca la differenza tra semplice socio e lavoratore a tutti gli effetti, che è anche dipendente della cooperativa, riconoscendogli quindi pienamente i diritti del lavoro dipendente". E il settore è anche, da oltre un anno e mezzo, in attesa di rinnovo del contratto. Per metà gennaio, se non ci saranno progressi, i sindacati minacciano lo sciopero nazionale.