Pmi: il salario si decide sul territorio

13/05/2003




              Martedí 13 Maggio 2003
              ITALIA-LAVORO
              Pmi: il salario si decide sul territorio

              Dagli artigiani ai commercianti cresce la richiesta di modificare gli assetti contrattuali


              MILANO – «L’accordo del ’93 ha avuto un ruolo importante per contenere il costo del lavoro e l’inflazione». Artigiani e commercianti rispondono in coro quando si chiede un giudizio sulla politica dei redditi. Ma il giudizio è ormai rivolto al passato: per tutti è tempo di trovare un nuovo modello di contrattazione, più leggero al centro e più forte in periferia, con un minimo nazionale e retribuzioni definite a livello locale.
              «Il punto di partenza deve essere proprio l’accordo del ’93 – dice Marco Venturi, presidente di Confesercenti -: bisogna recuperare lo spirito e il senso di responsabilità di quel negoziato. È tempo di valorizzare il sistema territoriale ma è necessario un sistema nazionale che fissi dei paletti, che disegni una cornice chiara.
              Ci vuole attenzione nel creare questo nuovo equilibrio perché il federalismo puro rischia di creare contraddizioni, come è successo nel commercio». Il timore di Venturi è una babele di regole, sistemi con tante differenze a pochi chilometri di distanza. Ma la struttura va cambiata al più presto: «Ci vogliono elementi di riferimento importanti di tipo nazionale da completare a livello locale, dove si potrà tenere conto della produttività».
              Anche la Confcommercio pensa a un nuovo modello, sempre sul solco tracciato dieci anni fa. «Oggi il contratto nazionale adegua il potere d’acquisto all’inflazione ma senza differenze sul territorio e così non dà risposte ai diversi livelli reali del costo della vita», spiega Luigi Taranto, direttore generale di Confcommercio. «Si può agire – continua Taranto – attraverso quella che Marco Biagi chiamava derogabilità presidiata, con una funzione nazionale regolatrice e a livello macroeconomico e la possibilità di rafforzare la contrattazione sul territorio». Secondo il modello suggerito da Biagi il contratto aziendale (o territoriale) può sostituire quello nazionale su autorizzazione delle parti sociali e solo a certe condizioni. «In alcuni casi si potrà vedere se è possibile lo sganciamento salariale», aggiunge Taranto.
              Per questo tipo di aziende il secondo livello di contrattazione è necessariamente territoriale. È una questione di dimensioni e se nel commercio sono poche le imprese in grado di firmare un accordo aziendale, nell’artigianato non lo è nessuna. Proprio gli artigiani hanno cominciato a discutere di riforma degli assetti contrattuali già sei anni fa. Nel maggio 2000 Confartigianato ha formalmente disdettato l’accordo del ’93 per riproporre la necessità di un nuovo sistema. «Un anno fa – spiega il presidente Luciano Petracchi – è ripartito il dialogo che prosegue a fatica. La nostra proposta prevede la riduzione degli istituti a livello nazionale per portarli o crearli a livello locale: organizzazione del lavoro, classificazione dei lavoratori, un sistema per misurare la produttività di settore, e così via. Perché oggi il contratto nazionale non viene incontro alle esigenze di lavoratori e imprese nelle diverse aree». L’artigianato ha un regime diverso rispetto alle altre aziende, con un livello nazionale di quattro anni e uno territoriale, finora applicato quasi esclusivamente al Centro-Nord. «L’obiettivo – dice Petracchi – è garantire il potere d’acquisto tra il primo e il secondo livello e questo sarà uno stimolo per fare i contratti anche al Sud».
              Il tavolo non va avanti ma un intervento è «indispensabile», secondo Ivan Malavasi, presidente della Cna, che auspica il «federalismo contrattuale». L’idea è di «alleggerire» la parte nazionale, definendo al centro diritti, tutele e un minimo economico che sia un punto di partenza comune a tutti, per lasciare spazio a un secondo livello «con una maggiore compatibilità sul territorio, un assetto normativo ed economico che avvantaggi i sistemi locali». Gli strumenti da mettere in campo sono la bilateralità, i profili professionali, la formazione, il mercato del lavoro e altre regole, insieme «a una parte della retribuzione fissa e a quella variabile, secondo il principio – chiarisce Malavasi – che dove c’è più ricchezza e produttività anche la paga sarà più alta».

              ALESSANDRO BALISTRI