«Pizzo, la scelta coraggiosa dei siciliani»

03/09/2007
    lunedì 3 settembre 2007

    Pagina 17 – Cronache

      «Pizzo, la scelta coraggiosa dei siciliani»

        Montezemolo: eroismo fare l’imprenditore al Sud, serve un grande impegno dello Stato

          Alessandra Mangiarotti

            MILANO — Il presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo mette in fila gli aggettivi: «importante», «coraggiosa », «che dimostra attenzione al bene comune». Quindi affonda: la decisione di espellere dall’associazione gli imprenditori che pagano il pizzo «non sarà solo un aspetto siciliano». Vale a dire: «Cercherà di contribuire con comportamenti coerenti al miglioramento del vivere civile in questo Paese, a far sì che diventi un Paese normale. Non riguarderà solo la Sicilia».

            La sfida degli industriali contro racket e mafia dalla Sicilia si allarga a livello nazionale. Ieri il presidente di Confindustria, in una intervista al Tg1, ha dato la sua benedizione all’iniziativa lanciata sabato dai vertici regionali dell’associazione. E sulla richiesta di inviare l’esercito in Sicilia ha detto: «Io credo che mai come in questo momento i cittadini e gli imprenditori chiedano uno Stato presente, autorevole, uno stato che garantisca sicurezza, uno Stato che ripristini il vivere civile». Quindi ha aggiunto: «Al Sud fare l’imprenditore oggi è un atto di eroismo. Bisogna che insieme all’impegno degli imprenditori e dei cittadini ci sia anche un grande impegno dello Stato, perché garantire la sicurezza insieme alle infrastrutture e ai servizi sociali rappresenta la priorità di qualunque Stato».

            Parole che portano con sé «segnali di cambiamento». Pina Maisano, la vedova dell’imprenditore Libero Grassi, ne è certa. Il 29 agosto 1991 suo marito pagò con la vita il rifiuto a versare il pizzo: «Quando denunciò pubblicamente le richieste del racket, l’allora presidente di Confindustria Palermo disse che Libero voleva farsi solo pubblicità e che non gli risultava che gli imprenditori pagassero il pizzo». «I panni sporchi si lavano in famiglia», gli rimproveravano, aggiunge l’ex procuratore di Palermo Giancarlo Caselli, sottolineando i segnali di cambiamento. «Maa dire no al pizzo non devono essere solo i giovani che lavorano le terre confiscate ai mafiosi».

            Unica voce controcorrente è quella del ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro: «Io credo che sia un grosso errore», ha scritto sul suo blog. «Espellere chi è soggetto a estorsione senza rimuovere prima le cause è un controsenso. A dover essere espulsi sono gli imprenditori che con la mafia fanno affari». Per il resto un coro di approvazione arriva dal mondo politico. Il candidato leader del Pd Walter Veltroni parla di una «scelta coraggiosa e innovativa »: «Non dobbiamo abbassare la guardia. La mafia continua a costringere commercianti e imprenditori a pagare il pizzo. Il nostro Paese deve affrontare questo tema come impegno comune». Il ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio invita a «estendere questo segnale forte in tutto il Paese». Il collega dell’Università Fabio Mussi, come al telefono con il presidente degli industriali siciliani, sottolinea il «segno di speranza». «Di grande segnale che va mantenuto» parla invece Nando Dalla Chiesa. E il vicepresidente della commissione Antimafia Giuseppe Lumia propone di «rendere questa scelta un’opzione legislativa: chi paga il pizzo deve essere penalizzato». Ma un appello arriva dall’associazione dei costruttori: «Che le nostre imprese non vengano lasciate sole». Lo Stato deve garantire «controlli e tutele maggiori sui territori inquinati dalla mafia».