Pizzaiolo a 2.500 euro? A Napoli non si trova

03/04/2003



        giovedì 3 aprile 2003


        Gli esperti del settore: chi è bravo rifiuta lavori temporanei perché ne ha già uno fisso. «Servono più scuole specializzate»

        Pizzaiolo a 2.500 euro? A Napoli non si trova

        Offerti anche vitto e alloggio in Campania e altre regioni, ma venti posti restano scoperti

            NAPOLI – «A. A. A. Cercasi pizzaioli». Vi chiederete: e dove? Forse a Belluno, oppure ad Aosta… Macché, l’annuncio vale per Napoli. Che, udite udite, sforna pizze e non pizzaioli. Sembrerà strano, ma è così. Nella patria della Margherita, che è pure una capitale della disoccupazione, diventa quasi un’avventura scovare qualcuno che sappia far volteggiare la pasta nell’aria e guarnirla come Dio comanda. Se ne sono accorti in questi giorni i dirigenti della Gevi interinale, una delle principali società specializzate nella ricerca di lavoro temporaneo. Da oltre due settimane, infatti, tentano invano di scovare venti artigiani del settore pronti ad accettare contratti a termine di cinque o sei mesi in locali della Campania, della Calabria e dell’isola d’Elba. Attenzione: in ballo non ci sono stipendi da poche centinaia di euro e pene aggiuntive da emigrazione forzata. Qui si parla di paghe che vanno dai tre milioni e mezzo ai cinque milioni di lire (da 1.800 a 2.600 euro, ndr ). «C’è addirittura una pizzeria del Cilento che, oltre il salario di cinque milioni al mese, offre vitto e alloggio garantiti da metà aprile alla fine di settembre. E non è l’unica. Anzi, questo benefit è previsto nella maggior parte dei casi – raccontano alla Gevi -. Eppure non riusciamo a trovare un’anima disposta ad accettare le proposte».
            Sia chiaro: la selezione dei candidati è rigorosa. Bisogna avere le credenziali giuste e un bel po’ di mestiere alle spalle. Ma chi il mestiere ce l’ha, come pure le credenziali, lavora a tempo pieno. E sa che può mettersi sul mercato come e quando vuole, tanto un posto lo troverà sempre. Casomai anche con uno stipendio migliore. Ecco perché quei venti contratti stagionali non fanno gola agli artisti della Margherita.
            «I pizzaioli che, l’anno scorso, figuravano nella nostra banca dati – spiegano alla Gevi – sono stati tutti assunti a tempo indeterminato. E finora nessun altro ha risposto agli annunci. Ci siamo anche rivolti a una scuola di formazione in penisola sorrentina, ma ci hanno detto che avevano un solo addetto disponibile».
            Possibile, insomma, che nella roccaforte della disoccupazione giovanile venga in mente soltanto a pochi ragazzi d’intraprendere una strada che, oltre a far parte della loro tradizione culturale, garantisce un impiego sicuro? «Sembrerà un paradosso, ma è così che purtroppo vanno le cose – sentenzia mestamente Antonio Pace, presidente dell’Associazione Verace Pizza Napoletana, che elargisce con molta parsimonia il suo marchio doc (finora l’hanno ricevuto soltanto 200 locali in tutto il mondo) -. Possediamo una miniera e non sappiamo sfruttarla. Noi abbiamo provato ad organizzare dei corsi di formazione professionale, finanziandoli di tasca nostra, e siamo riusciti a insegnare il mestiere ad una cinquantina di giovani che oggi lavorano a tempo pieno. Alcuni si sono addirittura messi in proprio… Ma tutto è basato sulla buona volontà dei singoli: ci vorrebbe invece un maggiore impegno delle istituzioni locali per creare una rete di scuole qualificate. E sottolineo qualificate, perché di pizze in giro ce ne sono d’ogni tipo, ma i pizzaioli veri scarseggiano».
            D’altronde, per apprendere come si deve questa piccola arte basta meno di un anno, compreso lo stage in un locale di qualità. Il resto viene dall’esperienza. «Non basta un diploma qualunque a fare un buon pizzaiolo – aggiunge Pace -. Il mercato è molto selettivo. Non a caso, anche qui fatichiamo a trovare qualcuno che conosca bene il mestiere. E, soprattutto, che sia libero da impegni».
            Altro che stagionali, dunque. Sarà il caso, forse, che le 32 mila pizzerie italiane si mettano l’anima in pace: la concorrenza è spietata. I maestri della Margherita non lavorano in affitto. Hanno uno stipendio fisso che li aspetta ovunque vadano. A Napoli, come a New York, Parigi, Londra, Berlino. E, perché no, anche a Belluno e Aosta.
        Enzo d’Errico


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