Più sussidi ma anche controlli

25/06/2002


Martedí 25 Giugno 2002



Politiche antidisoccupazione – La riforma del Governo estende entità e durata delle indennità
Più sussidi ma anche controlli
L’obiettivo è legare il reddito a progetti di reinserimento: perde il bonus chi rinuncia a un impiego
ROMA – La proposta del Governo è sul tavolo ma sembra ci saranno ancora dei supplementi di negoziato. Cisl, Uil e imprese non hanno infatti ancora sottoscritto il documento messo a punto dal Welfare che prevede, accanto alla modifica sperimentale dell’articolo 18, anche la riforma degli ammortizzatori sociali. Gli organismi dirigenti delle due organizzazioni presenti al tavolo di trattativa sul lavoro (la Cgil è rimasta fuori per indisponibilità a trattare sullo Statuto dei lavoratori) stanno elaborando in queste ore la scelta di aderire o meno al testo del Governo anche se il clima sembra essere quello di arrivare a un accordo entro luglio (il 2 il Governo spera di portare a casa la firma delle parti sociali su tutti i tavoli di negoziato). Chi non si "forma" perde il sussidio. I nuovi sussidi avranno innanzitutto una caratteristica: quella di essere legati e, in un certo senso, condizionati dall’obbligo si seguire corsi di formazione. Il legame è stretto tant’è vero che nella proposta è scritto a chiare lettere che il disoccupato che rifiuta un’offerta di formazione (ma anche un’occupazione alternativa o si verifica che svolge un’attività in nero) perde il sussidio. Un primo tentativo, quindi, di far debuttare in casa nostra quello che in Europa si chiama welfare to work, un’integrazione al reddito accompagnata da politiche attive per il reinserimento del lavoratore sul mercato.
Indennità di disoccupazione più pesante. L’altra novità è il rafforzamento dell’indennità di disoccupazione, uno dei pilastri del nostro sistema attuale di welfare. Il Governo punta a estendere sia nella durata, da sei a dodici mesi, sia nell’entità dell’assegno un sussidio che ora è del 40% rispetto all’ultima busta paga. Se entrerà in vigore la proposta formalizzata ai sindacati, il disoccupato per i primi sei mesi vedrà aumentare l’assegno fino al 60% rispetto all’ultima retribuzione. Man mano però l’assegno scenderà: 40% per altri tre mesi, 30% per gli ultimi tre. Per finanziare l’aumento, che riguarderà una platea di beneficiari con gli stessi requisiti di oggi, il Governo ha messo sul piatto 700 milioni di euro.
Cassa integrazione anche per chi non ce l’ha. L’hanno chiamato secondo pilastro. Si tratta della costruzione, accanto al pilastro pubblico dell’indennità di disoccupazione, di una "seconda gamba" che dia una rete di protezione ai comparti produttivi che oggi non hanno strumenti come la cassa integrazione. Il meccanismo sarà mutualistico, cioè autofinanziato da imprese e lavoratori. Questo significa che ci sarà un inevitabile aumento del costo del lavoro per i settori che saranno interessati ad allestire un proprio sistema di integrazione al reddito. Saranno, dunque, protezioni integrative aggiuntive o sostitutive liberamente concordate tra le parti «con prestazioni autofinanziate e gestite da organismi bilaterali». Il Governo prevede però la «definizione di forme di incentivazione per i contributi versati dalle imprese». Arrivano gli enti bilaterali. Qui scatta l’altra novità della proposta governativa: ampliare gli spazi di bilateralità, cioè, di gestione congiunta di risorse e di pezzi del mercato del lavoro da parte di sindacati e imprese. Già accade in alcuni settori come l’artigianato e l’edilizia ma, se ci sarà l’accordo, il modello bilaterale diventerà in qualche modo generalizzato. La bilateralità, infatti, secondo i progetti del Governo, condivisi in pieno da Cisl e Uil, dovrebbe entrare anche nei meccanismi di lotta al sommerso e nel collocamento. Il sussidio di ultima istanza. Il sistema di sostegno al reddito verrà completato da uno strumento di "ultima istanza" finanziato dalla fiscalità generale. Questo vuol dire, in sostanza, archiviare l’esperienza del reddito minimo di inserimento che infatti nel documento presentato dal Governo viene bocciato. «La sperimentazione del reddito minimo ha consentito di verificare l’impraticabilità di individuare con la legge dello Stato i soggetti aventi diritto». Meglio dunque «realizzare il cofinanziamento, con una quota di risorse del Fondo per le politiche sociali, di programmi regionali approvati dall’amministrazione centrale».

Lina Palmerini