Più «solidarietà» per i lavoratori

23/01/2012

«Eravamo a un passo dalla chiusura. Nessuno è contento di lavorare di meno con uno stipendio ridotto, intendiamoci, però l’aver evitato il default del teatro è un bel risultato». A parlare è Giovanni Pacor, sovrintendente della Fondazione Carlo Felice di Genova, il primo ente lirico a cui sono stati applicati i contratti di solidarietà, a partire dalla fine del 2010 (vedi Il Sole 24 Ore del 22 novembre 2010). Di fronte a un buco di 16 milioni, il "contributo" dei lavoratori al risanamento è stato di 4,5 milioni l’anno con la riduzione del 40% dell’orario e un taglio di circa il 20% dello stipendio per tutti i 270 dipendenti, musicisti compresi. A distanza di oltre un anno si cominciano a vedere i primi frutti: l’esercizio 2011 si è chiuso con un risultato positivo di 2,5 milioni, «sufficienti», a detta del sovrintendente, per allontanare lo spettro di un nuovo commissariamento che fino alla scorsa estate incombeva sul teatro. L’ostacolo maggiore nell’applicazione dei contratti di solidarietà? «Organizzare l’attività – risponde Pacor -: tra prove, straordinari e spettacoli non è facile applicare la riduzione dell’orario, abbiamo deciso di stabilire mese per mese il ritmo dei trenta giorni successivi».
Dalla ceramica al turismo, dalla siderurgia al commercio, sono circa 2mila le richieste arrivate nel 2011 sui tavoli del ministero del Lavoro, che ha autorizzato 2.300 pratiche (relative anche al 2010, visto che i tempi per il via libera sono di alcuni mesi), il 50% in più nell’industria.
I lavoratori coinvolti sono diverse decine di migliaia: nel terziario la Filcams-Cgil ne ha censiti circa 5mila ed è massiccia l’adesione anche nel settore della ceramica, con 5mila dipendenti coinvolti da gennaio 2010 a gennaio 2011.
«Nel nostro ramo – commenta Franco Manfredini, presidente di Confindustria Ceramica – si è fatto largo uso dei contratti di solidarietà per affrontare le difficoltà congiunturali, soprattutto nel 2009: ora molto lentamente ci stiamo risollevando, grazie alla ripresa dell’export verso alcuni Paesi del Nord Europa».
I contratti di solidarietà possono assumere due formule: tipo "A", che si applica alle aziende di grandi dimensioni incluse nei confini della cassa integrazione straordinaria, e tipo "B", previsto per le piccole imprese artigiane e per quelle escluse dalla cassa integrazione straordinaria. Le società autorizzate dal ministero del Lavoro possono tagliare fino al 60% dell’orario, risparmiando sui costi, mentre il personale conserva il posto e intasca un rimborso parziale dall’Inps per le ore non lavorate.
Nel 2011 il flusso delle autorizzazioni ha fatto segnare un trend opposto a seconda della formula: +53% per i contratti di tipo "A" e -18% per quelli di tipo "B". Sarà forse perché nella seconda opzione è meno conveniente il trattamento economico dei dipendenti, che ottengono dallo Stato il 25% della retribuzione persa. Migliore il trattamento per chi applica i contratti di tipo "A": il personale può riavere il 60% dello stipendio, elevato all’80% in via sperimentale anche per quest’anno (è così dal 2009).
Nonostante la crescita complessiva, i contratti di solidarietà restano un ammortizzatore sociale di nicchia se paragonato ai grandi numeri della cassa integrazione.
«Il freno principale alla diffusione su larga scala – spiega Maria Grazia Gabrielli, segretario nazionale della Filcams-Cgil – è rappresentato dalle difficoltà incontrate dalle aziende nel gestire la riorganizzazione dell’orario, soprattutto quando si tratta di rallentare i ritmi di figure specializzate e difficilmente fungibili».