“Più single e meno famiglione finito il ciclo dei grandi spazi”

13/06/2012


«COME tutto, anche i supermercati nascono, hanno successo, finiscono. In Italia sta avvenendo più tardi che nel resto d’Europa perché l’esplosione della grande distribuzione qui è arrivata in ritardo rispetto agli altri paesi avanzati, negli anni ’90. Ha avuto un rapido sviluppo ma sta avviandosi alla saturazione», continua il professor Codeluppi che insegna nelle università di Modena e Reggio
Emilia.
Colpa della crisi?
«Non direi. Soprattutto negli altri paesi il processo si è avviato prima. In più, in Italia c’è una struttura urbanistica fatta di tante città piccole dove c’è una domanda limitata per grandi superfici periferiche sovradimensionate».
Ci sono altri motivi dello stop?
«Vari. Primo, il cambiamento di struttura della società. Non esistono più le grandi famiglie con tanti figli, ma ci sono sempre più single, e non solo anziani, coppie senza figli o con un solo figlio. Non hanno più bisogno della grande spesa del sabato per tutta la famiglia, preferiscono fare la spesa via via durante la settimana nei negozi vicini dove possono andare anche a piedi e dove nascono rapporti e che rispondono a un bisogno di socializzazione che la famiglia di un tempo non sentiva».
E poi?
«Aumenta la concorrenza. Inizialmente certi servizi, a cominciare dalla convenienza che solo chi acquista grandi volumi può assicurare, erano patrimonio esclusivo della grande distribuzione. Ora invece sono sorte una serie di altre offerte, dai discount ai mercati di contadini, agli acquisti in rete».
Vuol dire che i grandi spazi non
attirano più tanto?
«A meno che non offrano una dimensione ludica come l’Ikea dove si passano due o tre ore di evasione dai problemi quotidiani e dove, nonostante noi siamo il paese della gastronomia, il ristorante svedese, pur non ottimo, è pieno perché è diverso».
Lei parla di centri commerciali periferici, vero?
«Che hanno il problema di essere raggiungibili perdendo ore in
auto e nelle code. Ormai si tende a preferire un negozio vicino, si cerca una dimensione più umana. E’ un segnale di maturità. Ci si accorge che le nostre città sono belle e torna la voglia di viverci. I grandi spazi commerciali lontani resistono in Usa dove la piazza urbana si trova lì dentro. Da noi le piazze ci sono».
E ciò lascia un segno nella
struttura commerciale?
«Le catene stanno cercando
modelli diversi, spazi più piccoli dentro le città. Sono molto ricercati i posti dentro le stazioni. In Francia e negli altri paesi europei sta avvenendo da tempo».
Ma i negozi di vicinato si lamentano di andare malissimo.
«Molti hanno chiuso. Ma altri hanno aperto: quelli etnici, i supermercatini di città, i negozi a distribuzione automatica, quelli esclusivamente per prodotti sfusi. Siccome per convenienza i grandi
spazi sono ancora competitivi, i piccoli devono giocare sulla specializzazione e su nuove soluzioni adatte ai consumatori di oggi».
Anche di domenica nonostante si dica che la liberalizzazione è affrontabile solo dalla grande distribuzione?
«La liberalizzazione totale si riequilibrerà naturalmente. La società si è data un’organizzazione, compresa la divisione tra tempo del lavoro e quello libero. Le regole non possono essere cancellate in nome del libero mercato. Basta organizzarsi e stabilire una rotazione in modo che il consumatore possa sempre soddisfare le sue esigenze».
Ma non dovrà cambiare anche la struttura urbanistica delle città se tornano i negozi di vicinato?
«Basta cambiare destinazione ai tanti contenitori vuoti. Né esistono problemi di traffico. Si possono fare parcheggi sotterranei, migliorare il trasporto pubblico, creare percorsi ciclabili e non scordarsi che così si può fare la spesa a piedi».