Più salario soltanto con più produttività

18/03/2005
    venerdì 18 marzo 2005

    sezione: PRIMO PIANO – pagine 1 e 4

    Più salario soltanto con più produttività
    Analisi / Retribuzioni ed efficienza

      Carlo Dell’Aringa

      L’ultimo bollettino della Banca d’Italia è stato molto chiaro. Il nostro Paese sta perdendo competitività non solo rispetto alla Cina e non solo a causa del forte apprezzamento dell’euro. Sta perdendo terreno anche rispetto a Francia e Germania che, in questo momento, non sono proprio modelli di economie in grande salute. Anche loro si dibattono in problemi simili ai nostri. Eppure noi siamo riusciti ad andare ancora peggio di loro.

        L’ indicatore scelto dalla Banca d’Italia è il Clup, il costo del lavoro per unità di prodotto, che ci dice quanto il costo sale rispetto alla produttività del lavoro. Il nostro Clup, in questi ultimi anni è cresciuto sensibilmente di più in Italia che in Germania e in Francia e, per questo motivo, i nostri prodotti hanno perso competitività rispetto ai loro. Il Clup italiano è cresciuto di più non tanto e non solo perché le retribuzioni sono aumentate troppo, più che negli altri Paesi, quanto per il fatto che la nostra produttività è cresciuta molto meno. La produttività rappresenta lo spazio disponibile per aumenti delle retribuzioni. Se non c’è crescita di produttività, non c’è niente da distribuire e gli aumenti delle retribuzioni provocano solo aumenti dei costi, generano tensioni sui prezzi, comprimono i margini delle imprese, riducono la competitività e, quindi, la possibilità di espandere produzione, occupazione, investimenti.

        Questo è quanto è successo e di questo occorre tener conto in occasione dei rinnovi dei contratti nazionali di lavoro che si profilano all’orizzonte ( dipendenti pubblici, metalmeccanici, alimentari, ecc.). I contratti nazionali rinnovati nei mesi scorsi ( come, ad esempio, quelli dei bancari e degli autoferrotranvieri) si sono chiusi con aumenti superiori al 6% su due anni, che vuol dire più del 3% in media all’anno.

        Può darsi che ci fosse qualche cosa da recuperare sull’inflazione passata ma, se si guarda al futuro, aumenti del 3% all’anno ( cui poi si aggiungono spesso aumenti ulteriori a livello aziendale), rischiano di alimentare, in queste condizioni di continua stagnazione, ulteriori perdite di competitività.

        Ricordiamo che l’inflazione target della Bce è sotto il 2%, ben lontana dal 3% dei rinnovi contrattuali. Quando il Governo francese ha deciso di aprire ai sindacati del pubblico impiego e ha acconsentito — pur contestato dagli industriali del suo Paese — di aggiungere un altro punto percentuale a quanto già stabilito per i rinnovi, è arrivato a un totale del 2% ( uno di prima, più uno dopo). Se in Francia c’è un’opposizione a un aumento del 2%, cosa si dovrebbe dire di fronte a una piattaforma dei pubblici dell’ 8% ( sia pure in due anni)?

        Certamente la piattaforma è stata fatta in un periodo diverso da quello attuale e si capisce la difficoltà del sindacato a tagliare in modo consistente il contenuto di una piattaforma che ha costruito insieme coi suoi lavoratori. Vi è certamente un problema di recupero di inflazione, anche se, come è stato anche documentato sul « Sole 24 Ore » di martedì scorso, una parte del recupero sembra essere stata garantita da ulteriori aumenti ottenuti in questi anni a livello locale.

          Occorre anche riconoscere che i sindacati hanno ragione a rivendicare la chiusura di contratti che sono scaduti da più di un anno ( quello dei medici da tre anni!) e, se si considera che per far valere queste loro comprensibili ragioni, devono approfittare del periodo pre elettorale, si deve concludere che siamo ancora lontani da quel processo di " privatizzazione" del pubblico impiego che è iniziato più di dieci anni fa! Però occorre anche rendersi conto che il Paese non ha risorse da distribuire: ha persino difficoltà a racimolare un po’ di risorse da destinare a una politica di sviluppo! Tra l’altro, le risorse che occorrerebbe inserire in una futura Finanziaria, al fine di andare incontro alle richieste sindacali, sono solo una parte delle risorse che complessivamente sarebbero necessarie. In Finanziaria devono essere indicate solo le risorse per i contratti delle amministrazioni statali (ministeri e scuola). Ma poi altre risorse, almeno di pari ammontare, occorrerebbero per sanità, enti locali e università. Si è tenuto conto di questo? Quando tutti sembrano aver ragione non è facile trovare un accordo, anche se sarebbe auspicabile. Un obiettivo unificante esiste o, per lo meno, dovrebbe esistere ed è quello di finalizzare tutte le risorse disponibili alla crescita del reddito e al recupero di produttività. E, per le parti sociali, la sede per fare questo è l’azienda e il territorio, non il contratto nazionale. Occorrerebbe accordarsi su questo, su come produrre in modo più efficiente, anziché litigare sulla distribuzione di un reddito che non è stato ancora prodotto.