Più precari over 50 che non tra i giovani

15/09/2003





 
   



domenica 14 Settembre 2003





 




Più precari over 50 che non tra i giovani
L’analisi della Cgia di Mestre smonta – con i numeri – il luogo comune dello «scontro generazionale» che andrebbe risolto con la «riforma» delle pensioni

MANUELA CARTOSIO


L’ufficio studi della Cgia (la confederazione degli artigiani) di Mestre lavora con ritmi nordestini. L’altro ieri, elaborando dati dell’Istat, ha misurato la leggerezza delle buste paga (negli ultimi due anni e mezzo l’inflazione si è mangiata gli aumenti contrattuali di quasi tutte le categorie). Ieri ha inquadrato nel mirino il luogo comune bipartisan dei padri garantiti e dei figli precari e l’ha mandato a gambe all’aria. Tra gli assunti nel 2002 la percentuale più alta di aticipità si registra tra gli over 50 e diminuisce con l’abbassarsi dell’età. Si tratta di una scoperta per modo di dire, essendo arcinote le difficoltà degli ultracinquantenni a restare nel mercato del lavoro. C’è un particolare da dichiarare in premessa. Lo studio è stato condotto sulla banca dati dell’Inail che – ci fa notare il sociologo Luciano Gallino – registra gli occupati nei settori considerati a rischio (edilizia, meccanica, chimica, trasporti). Sono circa 9 milioni di addetti, poco più della metà dei lavoratori dipendenti. Pur non coprendo tutto l’universo del lavoro dipendente, l’analisi della Cgia dice una verità risaputa ma occultata da chi «spinge» per alzare l’età pensionabile: per le aziende chi ha superato i 40 anni è un ferro vecchio da dismettere. Questo succede sia nei settori dove il lavoro è manuale sia in un
call center o in un ufficio di servizi finanziari. Lì, dice Gallino, «la vecchiaia è davvero precoce, sopra i 30 anni si è considerati obsoleti».

L’Ufficio studi della Cgia ha suddiviso in quattro fasce d’età il milione e 800 mila assunti a tempo determitato nel 2002 e le ha rapportate al totale delle assunzioni per la stessa coorte anagrafica. Il risultato (vedi tabella) è che il 43% degli over 50 (poco più di 4 su 10) è stato assunto a tempo determinato. Nella fascia d’età 36-50 anni la percentuale scende al 34%, è del 29% per chi ha dai 18 ai 35 anni e tocca il minimo, il 24%, per chi ha meno di 18 anni. «Passati i 50 anni non solo è molto difficile trovare una nuova occupazione – commenta il segretario della Cgia di Mestre Giuseppe Bortolussi – ma quando la si trova non è neppure fissa».

Anche i giovani hanno difficoltà a trovare un’occupazione non precaria, ammette Bortolussi, ma le cose stanno cambiando. «Soprattutto al Nord dove il calo demografico e la conseguente diminuzione dell’offerta di lavoro già ora in alcuni settori produttivi rende più ricercata la forza lavoro giovane».

Concedendosi una punta di ottimismo, osserva Gallino, questi dati potrebbero voler dire che «persino le aziende hanno capito che la flessibilità eccessiva è controproducente, alla fine costa troppo. Se assumo un giovane, tanto vale che ci investa sopra per tenermelo». Questa scelta, per converso, incentiva l’espulsione dei «vecchi» dalla produzione o il loro restarci in forme precarie. E’ questa la plateale contraddizione del «dibattito» sulle pensioni. «Da una parte vogliono farti lavorare più a lungo, dall’altra ti sbattono fuori con ampio anticipo sulla pensione».

La «riforma» del mercato del lavoro, la legge 30 che il professor Gallino preferisce chiamare legge Maroni, farà «parecchi danni» anche ai lavoratori non alle prime armi. «Prenderanno il metalmeccanico di 45 anni assunto a tempo indeterminato e gli diranno: lei guadagna 1.500 euro, gliene diamo 500 in più se ci firma un contratto a tempo determinato per 2 anni». Questo, tutto sommato, è lo scenario migliore. Potrebbe andare peggio, visto che il supermarket della legge 30 offre alle aziende soluzione ancor meno onerose.

Anzi, per tanti cinquantenni sta già andando peggio, come dimostrano gli studi sfornati dagli artigiani mestrini. Precari con i capelli grigi. E, ma questo vale per tutti senza distinzioni d’età, con una busta paga sempre più evanescente.