Più informazioni sui licenziamenti

20/10/2003



      Sabato 18 Ottobre 2003

      NORME E TRIBUTI
      Più informazioni sui licenziamenti

      Gli effetti della sentenza della Corte europea


      Tutti i datori di lavoro, a prescindere dal fatto che siano o meno «imprenditori», rientrano nell’ambito di applicazione dell’articolo 24 della legge 23 luglio 1991, n. 223 sui licenziamenti collettivi, che obbliga a seguire la procedura di informazione e consultazione dei sindacati al fine di procedere al licenziamento di cinque o più dipendenti nell’arco di centoventi giorni. Con l’espressione «datori di lavoro» si possono quindi ricomprendere anche i partiti politici, le associazioni sindacali, le fondazioni e i professionisti. Questo principio è stato enunciato dalla Corte di Giustizia dell’Unione europea con la sentenza del 16 ottobre 2003, relativa alla causa C-32/02 e di cui si è data notizia sul Sole-24 Ore» di ieri. In particolare, la Corte di Giustizia, accogliendo la richiesta di condanna presentata dalla Commissione, ha statuito che «la Repubblica Italiana, non adottando le disposizioni necessarie relative ai datori di lavoro che nell’ambito delle loro attività non perseguono fini di lucro, è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in forza della direttiva del Consiglio 20 luglio 1998, 98/59/CE, concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri in materia di licenziamenti collettivi». La distanza tra Ue e Italia. In effetti, mentre la direttiva 98/59/CE riguarda i licenziamenti collettivi effettuati da un qualsiasi «datore di lavoro» indipendentemente dall’attività svolta e per il solo fatto che abbia instaurato un rapporto di lavoro subordinato, le disposizioni della legge n. 223/91 farebbero esclusivo riferimento ai licenziamenti collettivi effettuati dalle imprese ovvero dai soggetti economici qualificabili come «imprenditori» ai sensi dell’articolo 2082 del Codice civile. Questa esclusione determinerebbe una discriminazione tra i lavoratori occupati da un datore di lavoro imprenditore e quelli occupati da un datore di lavoro non imprenditore, che, in alcuni casi, può occupare anche centinaia di persone, avendo una grande rilevanza economica. Tra questi soggetti, la Corte di Giustizia indica, a titolo di esempio, le associazioni sindacali, le fondazioni, i partiti politici e le organizzazioni non governative (nella sentenza si fa erroneamente riferimento anche alle cooperative e alle società di persone che certamente invece rivestono la qualifica di imprenditore). Gli effetti della Corte. In pratica, secondo l’orientamento della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, anche quei soggetti che non svolgono un’attività imprenditoriale e non perseguono una finalità di lucro (ai quali si potrebbero aggiungere i professionisti) che occupino più di quindici dipendenti, dovranno, qualora decidessero di risolvere cinque o più rapporti di lavoro nell’arco di centoventi giorni, informare e consultare le organizzazioni sindacali prima di poter comunicare il recesso. A sostegno della tesi poi accolta, nelle argomentazioni della Commissione si fa riferimento, tra l’altro, alla direttiva sul trasferimento d’azienda 77/187/CEE, così come modificata dalla successiva direttiva 98/50, che, infatti, si applica anche «alle imprese pubbliche o private che esercitano un’attività economica, che perseguano o meno uno scopo di lucro», quasi a confermare l’esistenza di un principio generale dell’ordinamento comunitario. Il caso dei licenziamenti individuali. Il principio chiarito dai giudici comunitari, tuttavia, non può certamente estendersi anche a quanto previsto dall’articolo 4 della legge 11 maggio 1990, n. 108 in tema di licenziamenti individuali, che esclude dall’applicazione del noto articolo 18 dello Statuto dei lavoratori proprio quei soggetti indicati dalla Corte di Giustizia e cioè «i datori di lavoro non imprenditori che svolgono senza fini di lucro attività di natura politica, sindacale, culturale, di istruzione ovvero di religione o di culto»: non esiste infatti una direttiva europea in materia di conseguenze di un licenziamento individuale invalido, dal momento che pochissimi Paesi (principalmente, oltre al nostro, Germania e Portogallo), prevedono, quale sanzione, la reintegrazione nel posto di lavoro. La sentenza in esame avrà in ogni caso una portata vincolante per i giudici nazionali, i quali dovranno interpretare d’ora in poi la normativa italiana alla luce dei principi enunciati dalla Corte di Giustizia.

      FRANCO TOFFOLETTO