«Più imposte o tagli ai servizi. Il welfare è arrivato al capolinea»

15/12/2004
    mercoledì 15 dicembre 2004

      Un’indagine dell’Ires-Cgil

      «Più imposte o tagli ai servizi.
      Il welfare è arrivato al capolinea»
      È già in atto una significativa riduzione della spesa sociale.
      E nel 2005 sarà peggio

        a.f.

          MILANO «In Italia, il welfare è al capolinea». A lanciare l’allarme è l’Ires-Cgil, che rincara. «Nel 2005 la quasi totalità dei comuni, una percentuale che va dall’80 al 90 per cento sarà di fronte a un bivio: tagliare i servizi sociali o aumentare le imposte locali». «Le risorse per il welfare locale sono sempre più scarse – spiega il presidente dell’Ires, Agostino Megale -. L’offerta sociale si è ridotta per effetto dei tagli che sono stati portati avanti negli ultimi tre anni dal governo».

            E in effetti la ricerca elaborata dall’istituto di ricerche economico-sociali della confederazione di corso d’Italia dimostra come alla luce dei tagli ai trasferimenti, previsti dalle diverse leggi finanziarie a partire dal 2002, insieme alle normative che riducono il grado di esercizio dell’autonomia locale, i comuni siano dovuti intervenire sui propri bilanci per poter continuare a sostenere la spesa sociale. In quasi la metà delle città capoluogo di provincia si è così delineata una situazione di stabilità della spesa sociale, dovuta principalmente alle scelte politiche e tecnico-operative dell’amministrazione locale. Nel 31 per cento dei comuni invece, proprio a causa del taglio dei trasferimenti, si è registrata una diminuzione della spesa. Solo nel 22,9 per cento dei comuni – continua l’analisi – si è avuto un aumento della spesa sociale grazie all’utilizzo di fonti finanziarie ad hoc (per esempio il fondo nazionale per le politiche sociali, la legge 285 del ’97 sull’infanzia e l’adolescenza, finanziamenti europei).

              E non è tutto qui. Il rischio – avverte ancora l’Ires – è che «in riferimento alle culture programmatorie si è rilevata una diminuzione della spesa sociale del 50% dei comuni “a cultura programmatoria assente”, concentrati principalmente nel meridione d’Italia. L’influenza dei provvedimenti nazionali sull’andamento della spesa sembrerebbe, però, avere avuto conseguenze negative anche nei comuni “a cultura programmatoria integrata, riformista e tradizionalista”». In altri termini, i tagli al sociale sono avvenuti anche a prescindere dagli specifici stili di welfare locale.

                E il futuro? Ancora peggio. La Finanziaria 2005 prevede ulteriori tagli per 4,6 miliardi di euro. E questo nonostante tra Italia e Ue continui, sulla spesa sociale, a permanere un divario del 2 per cento. A nostro svantaggio. Di qui l’alternativa: più tasse o meno servizi. E a pagarne le conseguenze saranno le categorie sociali più disagiate, cioè le famiglie con redditi al di sotto dei 20mila euro e i pensionati sotto i 7mila euro. La riduzione della spesa sociale, poi, avrà come conseguenza, quella di dividere ancora di più l’Italia, visto che il 70 per cento degli enti che finora ha tagliato la spesa si trova concentrata al sud. E rispondere alle esigenze del milione di famiglie che l’Istat indica «in stato di povertà» sarà sempre più difficile.

                  Per quanto riguarda le categorie ad essere state sinora maggiormente danneggiate dai tagli sono quelle degli adulti in difficoltà (53,8 per cento), degli anziani (38,8) e dei disabili (30,8).