Più fondi per la formazione

24/07/2003

ItaliaOggi (Economia e Politica)
Numero
174, pag. 8 del 24/7/2003
di Teresa Pittelli


Maroni sigla l’intesa con le regioni e rilancia il dialogo con le parti sociali.

Più fondi per la formazione

Subito 50 mln per pmi e lavoratori svantaggiati

In arrivo nuovi fondi per la formazione destinati alle pmi e ai lavoratori svantaggiati. Il ministero del welfare ha infatti stanziato 50 milioni di euro per ´le imprese private con meno di 15 dipendenti’ e per i soggetti svantaggiati che finora sono stati coinvolti in azioni di formazione solo marginalmente. Per esempio, i cassa integrati, i collaboratori coordinati e continuativi, gli over 45 e i lavoratori con contratti a tempo parziale o a tempo determinato o con problemi di analfabetismo funzionale. Questo il contenuto dell’intesa firmata ieri tra il ministero del welfare, le regioni e il partenariato sociale sulle nuove strategie di politica di distribuzione delle risorse della legge n. 236/93 sulla formazione continua. I 50 milioni previsti rappresentano i residui rispetto agli stanziamenti già effettuati per i fondi paritetici interprofessionali per la formazione continua. Soddisfatto il sottosegretario al welfare, Pasquale Viespoli, che ha seguito la trattativa. ´Un provvedimento all’insegna dell’equità sociale che definisce una platea di soggetti che più di altri hanno esigenza di un investimento in formazione’, ha commentato Viespoli.

- Rilanciare la concertazione. Salvare il modello della concertazione tripartita governo, sindacati e imprenditori. E al tempo stesso modernizzarlo a partire dalla contrattazione decentrata. È questa la conclusione che mette d’accordo sindacati, industriali ed esperti di diritti del lavoro, riuniti ieri intorno alla tavola rotonda ´Politica dei redditi e modelli contrattuali a dieci anni dal Patto del 1993′, organizzata dalla società di comunicazione Labitalia, in occasione del decennale della firma dello storico accordo del ’93. Cioè dell’intesa con la quale nacque la politica dei redditi, e la concertazione, cioè la trattativa tra il governo e le parti sociali per fissare e raggiungere obiettivi comuni di politica economica e sociale. Un meccanismo che ha garantito dieci anni di relativa pace sociale, e la difesa delle retribuzioni dall’inflazione. Ma che attraversa un momento di crisi. Che fa interrogare molti sul suo futuro. Il sottosegretario al welfare, Maurizio Sacconi, presente al convegno in rappresentanza del governo, non ha dubbi: ´Il modello creato dal protocollo del ’93 è esaurito, soprattutto nella seconda parte relativa al modello contrattuale’. Sacconi ha invitato le parti sociali, le uniche cui spetta la decisione, ´a sedersi a un tavolo per riformare un modello contrattuale centralistico e assolutamente ingiusto verso i lavoratori e le imprese’. Per il governo, quindi, il contratto collettivo nazionale va alleggerito. Un’idea che trova d’accordo il fronte delle imprese al completo. Ma in parte anche il sindacato. La Cisl di Savino Pezzotta, per esempio, insiste da tempo sulla necessità di rivedere il modello contrattuale. ´Occorre dare più spazio al secondo livello, lasciando al contratto nazionale un ruolo di garanzia, e alla bilateralità’, sostiene Pezzotta.

Mentre è molto più cauto Guglielmo Epifani, leader della Cgil, secondo il quale il modello contrattuale non ha bisogno di stravolgimenti. ´L’idea di ridurre il peso del contratto nazionale per rendere più forte il secondo livello di contrattazione e ridurre così costi e diritti è priva di senso’, insiste Epifani, secondo il quale a limite ´può essere utile una qualificazione del secondo livello di contrattazione, come livello più vicino ai processi di trasformazione produttiva, e alle caratteristiche di determinazione della produttività del lavoro’. Quanto al metodo concertativo, che i sindacati chiedono di recuperare, Guidalberto Guidi (Confindustria) ricorda ´di essere d’accordo, a patto che non si cerchi a tutti i costi l’unanimità’.