“Più flessibilità in uscita dal lavoro”

03/03/2011


Marcegaglia rilancia, sì di Sacconi. Camusso: l´articolo 18 non è priorità del Paese

ROMA – Riaprire il capitolo del mercato del lavoro sulla cosiddetta "flessibilità in uscita". «È un problema che prima o poi va affrontato. Non possiamo continuare ad eluderlo», dice Emma Marcegaglia, presidente della Confindustria, al termine di un seminario promosso dalla "Fondazione Rodolfo Debenedetti" dedicato alla Germania e alla ricetta che le ha consentito di uscire dalla crisi meglio degli altri Paesi, con più crescita e più lavoro. «Il problema dell´Italia non è l´articolo 18», ha replicato subito la leader della Cgil, Susanna Camusso. Appoggio a Confindustria, invece, dal ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi.
Quello della presidente degli industriali è un ragionamento e non un replay della sfida sull´articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Ma è anche un tema che continua ad affiorare ogni qual volta si riflette sul dualismo del nostro mercato del lavoro: i lavoratori protetti da una parte, i precari (perlopiù giovani e donne) dall´altra; i dipendenti delle imprese con più di 15 dipendenti (quelle che applicano l´articolo 18), e quelli delle piccole e piccolissime che lo Statuto non sanno neanche cosa sia. Lo dice la stessa Marcegaglia: «C´è un problema di flessibilità in ingresso, forse eccessiva, con strumenti che vanno tarati, e un problema di flessibilità in uscita che, appunto, prima o poi va affrontato». E così coglie la palla al balzo il ministro del Lavoro Sacconi, protagonista nel 2002 della battaglia per modificare l´articolo 18, per schierarsi: «Bisogna completare la regolazione del mercato del lavoro e dei rapporti di lavoro. Bisogna farlo d´intesa con le parti sociali. Nella stessa direzione va la bozza di un disegno di legge delega per un moderno Statuto dei lavori che potrebbe realizzarsi in questa legislatura». Proposta più che urticante per la Cgil, non per Uil e Cisl. E il rischio, se si dovesse provare l´affondo, è quello di un altro accordo separato. Eccola, infatti, la risposta di Camusso: «Il pensiero corre immediatamente all´articolo 18 e al tentativo, che ha in mente Sacconi, di destrutturazione dello Statuto dei lavoratori. Questo non ha nulla a che vedere con la realtà di oggi del paese, con i problemi che dobbiamo proporci».
Diversa la discussione, e diversi i temi, all´interno del seminario. Il "caso Germania" (ne hanno parlato Tito Boeri della Fondazione, Michael Burda dell´Università di Berlino, Claus Schnabel dell´Università di Norimberga e Herbert Brucker dello Iab di Norimberga) può fare scuola per non perdere posti di lavoro anche durante le crisi. Quasi un "miracolo" fatto di riduzione dell´orario, sistema delle banche-ore individuali, cassa integrazione (kurzarbeit) più costosa della nostra e mai a zero ore, contratti decentrati nelle grandi imprese e accordi individuali nelle più piccole. E quel modello sta contribuendo a far maturare la convinzione tra le parti sociali italiane dell´anomalia della nostra cassa integrazione in deroga (finanziata dal fisco e non dai contributi di imprese e lavoratori) ed estesa a tutti. Ora, le parti, propongono di abbandonarla gradualmente una volta che la crisi sarà alle spalle. Perché le piccole imprese non manifatturiere potrebbero abusarne.