Più difficile la pensione d’anzianità

29/10/2003

ItaliaOggi (Primo Piano)
Numero
255, pag. 3 del 28/10/2003
di Domenico Comegna


MAXIEMENDAMENTO/ Presentata in parlamento l’attesa modifica del ddl delega sulla riforma.

Più difficile la pensione d’anzianità

Dal 2008 saranno necessari almeno 40 anni di versamenti

Confermata la busta paga più pensante del 32,7% per chi rinvia l’uscita dal lavoro e pensione di anzianità più difficile da raggiungere (non prima di 40 anni). Sono questi, insieme al rilascio di una certificazione da parte dell’ente di previdenza circa il raggiungimento del requisito utile a pensione (qualunque cosa accada), i punti più interessanti contenuti nel famoso emendamento al disegno di legge delega sulla riforma previdenziale messa a punto dal ministro Roberto Maroni, emendamento approvato lo scorso 3 ottobre dal consiglio dei ministri e presentato in parlamento ufficialmente solo ieri, dopo lo sciopero generale di venerdì.

Vediamone i dettagli.

Anzianità difficile dal 2008. Raggiungere il pensionamento anticipato sarà sempre più difficile, in quanto ci vorrà un pacchetto di contributi più consistente degli attuali 35 anni. A partire dal 2008, infatti, chi vorrà riscuotere la rendita prima di aver compiuto l’età della vecchiaia (65 gli uomini e 60 le donne) deve aver accumulato almeno 40 anni di versamenti. Come si sa, con le regole attuali (legge n. 335/1995, la cosiddetta riforma Dini) l’anzianità può essere raggiunta in due diversi modi. Combinando un minimo di 35 anni di contribuzione e un’età anagrafica di 57 anni (56 per i pubblici , 55 per le categorie cosiddette tutelate, ossia gli operai e chi ha lavorato almeno un anno intero prima dei 19 di età e 58 per i lavoratori autonomi), oppure, indipendentemente dall’età, in presenza di un minimo di 37 anni di contribuzione (40 per i lavoratori autonomi), quota che raggiungerà il traguardo definitivo dei 40 anni nel 2008. Se dovesse passare l’emendamento come definito dal governo, dal 2008 sarà possibile agguantare l’anzianità solo in presenza di 40 anni di lavoro.

L’alternativa ai 40 anni. Ma c’è anche una alternativa. Coloro che sceglieranno di ottenere la pensione le regole di oggi (57 anni più 35 di contributi, ovvero 58 anni gli autonomi) potranno continuare a farlo rinunciando completamente al calcolo retributivo. Per chi sceglierà quindi di avvalersi delle vecchie regole anche dopo il 2007, il calcolo del trattamento pensionistico sarà effettuato esclusivamente con il nuovo criterio contributivo, comprendendo anche l’anzianità maturata prima del 1° gennaio 1996; i criteri di trasformazione del periodo retributivo in contributivo sono quelli dettati dall’art. 2, comma 2, del dlgs n. 180/1997. Una forma di disincentivo che dovrebbe scoraggiare gli interessati e convincerli a raggiungere i 40 anni.

Facciamo un esempio concreto. Ipotizziamo una donna con 25 anni di lavoro e 44 di età, la quale oggi beneficia del cosiddetto criterio di calcolo misto (retributivo per l’anzianità maturata al 31 dicembre 1995 e contributiva per l’anzianità successiva dal 1° gennaio 1996). Se scegliesse di attendere i 60 anni (la vecchiaia), la quota retributiva, calcolata su 17 anni, le consentirebbe di percepire il 34% circa della media delle retribuzioni del quinquennio precedente il pensionamento, cui va aggiunta la quota contributiva. Se invece intenderà avvalersi della regole di oggi, andando in pensione tre anni prima, ossia a 57 anni con 35 di contribuzione, verrebbe penalizzata e non di poco. Se la signora per gli anni che vanno dal 1996 in poi accantona il 33% della sua retribuzione, per gli anni precedenti, l’aliquota di accantonamento è un bel po’ inferiore (pari all’aliquota contributiva effettivamente versata al fondo pensioni). Sulla retribuzione del 1995, per esempio, si vedrà accantonato il 27,12% del suo stipendio; per il 1992, l’accantonamento è pari al 26,4%, e sempre più ridotto andando a ritroso nel tempo. A conti fatti, se la signora opta per la pensione di anzianità con i termini di oggi, deve dire addio a una quota di oltre 20% della pensione

Diritti acquisiti. Il lavoratore che matura i requisiti utili per la pensione di anzianità sino al 31 dicembre 2007, secondo la vigente normativa, può chiedere al proprio ente di previdenza il rilascio di un’apposita certificazione. Questa specie di patente gli consentirà di esercitare il diritto acquisito (chiedere cioè la pensione di anzianità) in ogni momento, indipendentemente da qualsiasi modifica normativa che nel frattempo dovesse intervenire. L’obiettivo è naturalmente quello di rassicurare i lavoratori, molti dei quali oggi chiedono la pensione di anzianità più che per libera convinzione, per timore di eventuali modifiche delle disposizioni in senso negativo.

Giovani. La riforma investirà anche i giovani. Per chi ha iniziato a lavorare dal 1996 in poi, compresi i cosiddetti collaboratori coordinati e continuativi, la pensione verrà calcolata esclusivamente con il metodo contributivo. Con una importante novità relativa all’età del pensionamento. La riforma del 1995 per questi casi prevede un pensionamento flessibile che va dai 57 ai 65 anni di età. Secondo l’emendamento alla delega sulla riforma Maroni, per ottenere la rendita occorrerà invece aspettare l’età minima di 60 anni (65 per gli uomini). Resta fermo l’attuale requisito minimo di cinque anni di versamenti, anzianità più teorica che reale, poiché rimane la condizione (già prevista oggi) secondo cui la pensione non può comunque essere corrisposta prima del compimento del 65° anno di età (sia per gli uomini sia per le donne) se l’importo della stessa non raggiunge l’ammontare dell’assegno sociale maggiorato del 20%. Questo significa che le donne potranno ottenere la pensione prima dei 65 anni, solo nel caso in cui il suo importo risulti almeno pari agli attuali 431 euro al mese. Nulla di nuovo per quanto riguarda il meccanismo del calcolo contributivo, che prevede l’accantonamento di una quota dello stipendio: 33% per i dipendenti e 20% per gli autonomi, compresi i co.co.co., la cui aliquota contributiva è già stata appositamente elevata (dal 14 al 17,39%) dal decreto di accompagnamento alla finanziaria 2004 (art. 45 del dl n. 269/2003) proprio a partire dall’anno prossimo.

Il conto contributivo viene rivalutato ogni anno sulla base della dinamica quinquennale del pil (il prodotto interno lordo), e cioè la ricchezza nazionale. Alla data del pensionamento, al montante contributivo, ossia alla sommatoria dei versamenti effettuati, si applica un coefficiente di conversione legato all’età scelta. I coefficienti attualmente in uso (devono essere rivisti ogni 10 anni, tenendo conto dell’andamento demografico) prevedono un primo scalino fissato al 4,72% a 57 anni di età, un coefficiente del 5,514% per chi decide di lasciare il lavoro e di chiedere la pensione a 62 anni, e del 6,13% per chi resiste e arriva a 65 anni. Prendiamo un giovane appena entrato nel mondo del lavoro, a 24 anni d’età, con uno stipendio di 13 mila euro. Il primo anno accantona 4.290 euro (il 33% di 13 mila), il secondo anno ne accantonerà 4.356 euro (il 33% dello stipendio di 13 mila e 200), e cosi via. Dopo 35 anni (a 59 anni di età) poniamo abbia accumulato 415 mila euro (valore già capitalizzato), montante che gli consentirà di ottenere (coefficiente di trasformazione 5,006) una pensione annua di 20.775 euro (circa 1.600 euro al mese). Passando dal 1° gennaio 2008 l’età minima da 57 (uomini e donne) a 60 per le donne e 65 per gli uomini, i coefficienti di trasformazione del capitale contributivo accumulato dovranno ovviamente essere completamente rivisti.