«Più controlli contro il lavoro nero» – di Tito Boeri

26/02/2003




Mercoledí 26 Febbraio 2003


«Più controlli contro il lavoro nero»

Immigrazione - Dall’indagine Demoskopea-Fondazione Debenedetti la richiesta di verifiche rigide nelle imprese
Per gli intervistati gli stranieri devono contribuire allo Stato sociale
Possiamo cercare di rompere il circolo vizioso dell’immigrazione. Non ci vogliono nuove leggi, ma solo
una migliore applicazione delle normative esistenti.
Si può, al contempo, scoraggiare l’immigrazione
clandestina e avere più immigrati con un lavoro regolare.
Ciò significa che gli immigrati potranno versare i contributi sociali e pagare le tasse, anziché solo ricevere servizi e prestazioni sociali. Basta intensificare i controlli sui luoghi di lavoro, volti a reprimere il lavoro nero degli immigrati, al contrario di quanto avvenuto negli ultimi
10 anni. Quattro italiani su cinque sono a favore di una intensificazione dei controlli sui posti di lavoro, tre su cinque anche qualora i controlli dovessero comportare «la chiusura di alcune piccole imprese».
Questi, in sintesi, i risultati di un’indagine presso un campione rappresentativo della popolazione italiana, condotta da Demoskopea per conto della Fondazione
Rodolfo Debenedetti.
Ci stiamo condannando ad avere un numero crescente di immigrati che possono solo ricevere dalle casse dello Stato, anziché contribuire, come potrebbero, al finanziamento del nostro stato sociale. Arrivano in
modo irregolare perché ne ammettiamo troppo pochi rispetto a quanti richiesti dal nostro mercato del lavoro. Poi, in attesa di un permesso di soggiorno che
tarda a venire o che deve essere rinnovato, continuano a lavorare in nero.
Anche la grande mole di adempimenti burocratici previsti dalla legge Bossi-Fini ogniqualvolta varia qualcosa nel rapporto di lavoro di un immigrato
(cosa frequente dato che cambiano, in media, due lavori all’anno) sono un forte incentivo a rimanere nell’irregolarità.
Forse è proprio perché li percepiscono come un onere per la collettività, anziché come una risorsa, che le persone meno mobili del nostro paese, gli anziani,
non vogliono gli immigrati.
Poco meno di un sesto degli italiani (il 16%) ci metterebbe anche qualcosa di tasca propria (in media 22 euro all’anno) pur di sovvenzionare misure che riducano l’immigrazione clandestina.
Sbagliato rispondere a questa domanda di misure contro l’immigrazione clandestina riducendo i flussi programmati. Servirebbe solo ad accentuare le divisioni
fra gli italiani. Non bisogna, infatti, dimenticare che centinaia di migliaia di italiani che hanno appena finito di versare l’equivalente di un sesto dell’eurotassa
(quasi 350 milioni di euro) pur di regolarizzare gli immigrati e farli restare a casa nostra, in quella che è stata la più grande sanatoria mai avvenuta in un paese europeo.
C’è un modo di conciliare le diverse, talvolta divergenti, attitudini degli italiani verso il fenomeno immigrazione: si tratta di aumentare i controlli sui posti di lavoro, volti a reprimere il lavoro in nero degli immigrati.
Come prova la pluridecennale esperienza degli Stati Uniti, i controlli sui posti di lavoro sono le uniche misure davvero efficaci nel contrastare l’immigrazione
clandestina, mentre servono a poco i controlli alle frontiere.
Al tempo stesso, i controlli sui posti di lavoro servono a impedire che l’impiego di stranieri sia sinonimo di precarietà, illegalità e dumping sociale.
Servono a far sì che gli immigrati, col loro lavoro, contribuiscano ad ampliare la base fiscale e
contributiva.
Eppure si fanno sempre meno controlli sui luoghi di lavoro in Italia. Dalle 170 mila ispezioni del 1991, si è passati alle 140 mila del 2001, nonostante la forte
crescita negli anni ’90 della popolazione immigrata.
Perché così pochi controlli?
Si è spesso ritenuto che la maggioranza degli italiani non
li volessero. I controlli sui luoghi di lavoro possono, infatti, mettere in crisi molte piccole imprese che ricorrono al lavoro in nero, potenzialmente distruggendo posti di lavoro. Inoltre, molti faticano a capire il motivo per cui si debba andare in cerca
proprio degli immigrati impiegati in attività oneste, lasciando magari in pace chi tra di loro non lavora.
Ma l’indagine di Demoskopea ci dice che, in verità, gli
italiani sono a maggioranza a favore dei controlli sui luoghi di lavoro: l’80% degli intervistati vuole che siano intensificati e il 60% ritiene «giusto aumentare
questi controlli e punire adeguatamente quelle imprese che danno lavoro ad immigrati clandestini anche se ciò portasse alla chiusura di alcune piccole imprese».
D’accordo anche i disoccupati, mentre più tiepidi verso
l’intensificazione dei controlli gli imprenditori e i liberi professionisti, sia pure anch’essi a maggioranza favorevoli.
Perché allora non condurre, soprattutto al Nord dove la disoccupazione è più bassa, una battaglia senza quartiere contro il lavoro nero degli immigrati?
Dando prova di voler davvero reprimere il lavoro nero degli immigrati si riuscirebbe anche a migliorare la percezione che gli italiani hanno di molti datori di
lavoro e a minare l’associazione fra immigrazione e dumping sociale (8 italiani su 10 ritengono che si dia lavoro a immigrati clandestini «per pagare un salario
inferiore a quello che si pagherebbe a un italiano»).
L’evidenza empirica ci dice che gli immigrati non portano via posti di lavoro agli italiani, né tendono a comprimere i loro salari. Probabilmente perché
vanno proprio nelle regioni in cui c’è carenza di lavoratori (solo il 5% degli immigrati risiede
al Sud) e svolgono, per lo più, mansioni ormai disertate dagli italiani. Eppure solo un italiano su tre crede che si offra un impiego agli immigrati «perché non si trovano italiani disposti a fare quel lavoro».
La battaglia per l’emersione del lavoro nero degli immigrati è, perciò, anche una battaglia che servirà a ridimensionare quel credo diffuso secondo cui c’è un numero fisso di posti di lavoro, per cui gli immigrati tolgono sempre e comunque opportunità di lavoro agli italiani.
È un ragionamento sbagliato: gli immigrati contribuiscono a creare posti di lavoro impedendo
il surriscaldamento del mercato.
Per questo motivo, controlli più assidui ed efficaci sui posti di lavoro e una programmazione dei flussi più realistica e in grado di dare certezze alle imprese (a tutt’oggi non è dato sapere quali siano i flussi programmati per il 2003!) ci permetterebbero
di gestire al meglio l’immigrazione, aumentandone
i benefici per la collettività e non solo per i datori di
lavoro.
TITO BOERI
    Com’è stato svolto il sondaggio
    Campione, tecnica di rilevazione e domande

    L’indagine svolta da Demoskopea per la Fondazione Rodolfo Debenedetti prende in considerazione come universo di riferimento la popolazione italiana di età compresa fra i 14 e i 79 anni (pari a 47,4 milioni di persone). Il campione è di 1.000 individui. Il tasso di risposta è stato del 97 per cento. La tecnica di rilevazione utilizzata per questa indagine è quella delle interviste personali domiciliari C.A.T.I. (Computer Aided Technology Interview) realizzate da circa 130 intervistatori. Il campionamento è di tipo casuale, stratificato a più stadi, e comprende come unità primarie i comuni e come unità secondarie le selezioni elettorali. Le unità finali sono i nomi e gli indirizzi estratti dalle liste elettorali.
    Al termine della rilevazione vengono effettuati dei controlli telefonici sul 20% delle interviste. L’indagine è stata effettuata nella seconda settimana di dicembre 2002.
    Sono state poste domande relative alla percezione dell’immigrazione clandestina e alle preferenze sulle misure volte a contenere questo fenomeno (controlli alle frontiere e controlli presso le imprese). In particolare a coloro che ritengono che i controlli alle frontiere e lungo i litorali siano efficaci, è stata chiesta la disponibilità a versare un contributo per sovvenzionare un sistema di controlli più capillare, e sono state presentate opzioni alternative circa l’ammontare di questo ipotetico contributo. Per quanto riguarda i controlli presso i luoghi di lavoro, si è chiesto di esprimere un parere su un eventuale irrigidimento degli stessi, sia in modo incondizionato, sia ponendo l’intervistato di fronte al fatto che questo tipo di controlli possa comportare la chiusura di alcune piccole imprese, che fanno maggiore ricorso al lavoro in nero degli immigrati. Infine, il questionario poneva domande circa le motivazioni che spingono un imprenditore italiano a dare lavoro ad un immigrato clandestino. Ecco le risposte guidate: “per pagare un salario inferiore a quello che pagherebbe ad un italiano”, “sono più facili da licenziare”, “non trova italiani che siano disponibili a fare quel lavoro”.

I risultati dell’indagine
Ritiene che sia giusto aumentare i controlli sui posti di lavoro e
punire le imprese che danno lavoro a immigrati clandestini?
(percentuale di risposte affermative)

Fonte: Demoskopea per Fondazione Rodolfo Debenedetti
  • Il 57% ritiene che i controlli alle frontiere siano efficaci.
  • Gli individui disposti a contribuire finanziariamente ai controlli

alle frontiere sono quelli con minore propensione alla mobilità
sociale. Si tratta per oltre il 50% di persone con un titolo di studio
non superiore alla licenza media inferiore.

  • Il 79% degli intervistati, invece, è favorevole all’aumento dei

controlli presso le imprese (vedi grafico).

  • Un italiano su tre (per l’esattezza il 34%) ritiene che gli

imprenditori assumano immigrati clandestini perché non trovano
manodopera italiana. La maggior parte degli intervistati (il 77%),
ritiene, invece, che gli imprenditori utilizzino lavoro in nero di
immigrati per poter pagare salari più bassi.