Pirelli Bicocca, andata e ritorno

20/09/2002


  Politica




20.09.2002
Pirelli Bicocca, andata e ritorno
di 
Bruno Ugolini


 L’uomo chiamato il «cinese», è uscito da questa antica fabbrica, la Pirelli Bicocca, 26 anni or sono. Ora ritorna. E’ un luogo, un territorio trasformato, irriconoscibile. E lui? E’ cambiato? Non è più il Sergio Cofferati ventenne approdato nel 1969 all’ufficio tempi e metodi? Molti maliziosamente rispondono di sì che è cambiato, eccome. Era, sostengono, un riformista, anzi un «migliorista», assai moderato, capace di far digerire ai suoi compagni spesso estremisti, magari quelli dei comitati di base, i terribili Cub capitanati da Mario Mosca, compromessi, mediazioni spesso intese come arretramenti. Ora, dicono i malevoli, appare fatto di tutt’altra pasta, etichettato come un pasdaran della sinistra.
Una che all’epoca militava proprio nei Cub della Bicocca, Jole Magni, usa una definizione che ci sembra azzeccata: «Cofferati è rimasto fermo, sono gli altri che sono cambiati». Rievoca le discussioni di allora, nella sede del Consiglio di fabbrica e anche fuori, nei locali angusti della sezione Cgil. Luoghi che anche il cronista ha frequentato, visto che la sede dell’Unità di Milano era a due passi e bastava stare alla finestra per vedere sfilare i cortei delle tute bianche. Sergio, rievoca Jole, non alzava mai la voce. Era quello di oggi: calmo, tranquillo, attento, capace di pesare le parole. «Sono cambiati gli altri», insiste Jole.
Un tratto diverso, a pensarci bene, forse c’è. Cofferati, all’epoca, s’interessava poco di politica. Andava alle riunioni, ai congressi del Partito Comunista, ma non rimaneva troppo impigliato nelle discussioni interne, nelle cordate. Oggi il dirigente Cgil ha, invece, deciso di spendere le proprie energie, anche in campo politico, nella sinistra, tra gli eredi dell’antico Pci, i Diesse. Lo ha fatto al congresso di Pesaro, quello che doveva scegliere tra le mozioni di Piero Fassino, Giovanni Berlinguer e Morando. Ha scelto Berlinguer. Un impegno di primo piano. Perché è successo questo? Solo per ambizione personale, per imbracciare una carriera politica, dopo aver raggiunto i massimi livelli nella «carriera» sindacale, come dicono i soliti malevoli? Ho il sospetto che un tale approdo, così impegnativo, sia invece derivato proprio dall’esperienza sindacale di questi anni.

Sergio Cofferati ha toccato con mano, dal suo osservatorio privilegiato, lacune, difficoltà, divisioni, contraddizioni, ostacoli, nella stessa cultura di governo dell’Ulivo. E’ stato al centro, spesso e volentieri, d’aspre polemiche, con Massimo d’Alema, ma anche con Romano Prodi, intento a rivendicare linee d’equità, contro atti che considerava ingiusti oppure fughe precipitose, controproducenti. Ha polemizzato su argomenti diversi: il tentativo di usare con troppa disinvoltura strumenti di flessibilità del lavoro, ma anche di varare per legge, saltando la contrattazione, le 35 ore care a Fausto Bertinotti. Nello stesso tempo è stato lui medesimo sottoposto a critiche e reprimende, accusato d’essere troppo statico, troppo conservatore, troppo intento a difendere diritti e tutele per il popolo del posto fisso, il popolo «fordista». Erano rimproveri che non venivano solo da Massimo D’Alema o da Nicola Rossi e altri. Anche uomini non certo estranei al sindacato, come Vittorio Foa e Bruno Trentin, hanno sovente incitato la Cgil ad un maggior coraggio, sia nell’affrontare le nuove realtà del lavoro, sia nel sapere spezzare l’accerchiamento, onde ricucire rapporti positivi con Cisl e Uil. C’è da dire che una parte di tali pressioni – non certo quelle di Foa e Trentin – sembravano ripercorrere genericamente orientamenti cari a settori dell’imprenditoria. E’ stato, ad esempio, il caso di una discussione verificatasi attorno alla possibilità di mettere mano al sistema contrattuale varato nell’accordo con Ciampi nel 1993 e basato su due livelli. Tali interventi, spesso accompagnati da etichettature disinvolte, hanno ottenuto l’effetto contrario: hanno spinto la Cgil a far quadrato.

Credo che la scelta di Cofferati di imbarcarsi più direttamente nell’agone politico sia nata anche da tali vicende. C’è chi ha detto: farà la fine di Luciano Lama che quando uscì dalla Cgil, fu dislocato in un ufficio di Botteghe Oscure e un po’ dimenticato. Una non più giovane militante del sindacato e dell’ex Pci, Nella Marcellino, mi ha fatto notare come la differenza tra i due segretari stia nel fatto che Lama, a differenza di Cofferati, non aveva nel partito, un seguito anche organizzativo, benché possedesse un carisma di grande rilievo. Non aveva, insomma, saputo conquistare quelle adesioni di cui gode Cofferati, accolto nelle feste dell’Unità come una specie di Madonna Pellegrina. Una popolarità, nella sinistra (non so se anche nell’apparato di sinistra), quasi senza precedenti.

E’ questo l’impiegato Sergio Cofferati che torna alla Pirelli. Quale è il bilancio della sua lunga permanenza nella Cgil? Non si può non accennare al suo contributo determinante, negli anni Ottanta, al governo delle ristrutturazioni nella chimica. Il giovane Sergio era allora a favore di una linea che non rifiutava l’ipotesi di un sindacato capace di «sporcarsi le mani», trattando anche forme di mobilità, casse integrazioni, purché alla presenza di un piano industriale che desse certezze.
E’ lo stesso Cofferati che, sotto la segreteria Trentin, assume un ruolo importante nell’accordo del 1992, con Giuliano Amato. Così nella trattativa del 1993, quella che sfociò in un’intesa che ancora oggi potrebbe essere il pilastro delle relazioni industriali. Sono gli anni della concertazione e della politica dei redditi, mandata a picco dagli sforzi congiunti di Berlusconi, Maroni e D’Amato, con i loro suggeritori d’origine socialista: Parisi e Sacconi. Quando Cofferati subentra a Trentin, dopo una consultazione interna e dopo un «duello» con Alfiero Grandi, c’è chi pensa ad un ancora lungo e faticoso tirocinio. Non è così. Cofferati balza subito alla ribalta, s’impadronisce delle prime pagine dei giornali. Siamo nel 1994 e, in fondo, chi costruisce un’aureola al leader sindacale, è proprio Silvio Berlusconi con le sue minacce sulle pensioni. Nasce lì, al Circo Massimo, nel corso di una manifestazione imponente, ripetuta e moltiplicata nel marzo 2002, il Cinese, l’antagonista al centrodestra, l’uomo dei diritti e dell’equità. Un oppositore che ha dimostrato, però, la sua disponibilità a negoziare. Lo ha fatto sulle pensioni, con lo Berlusconi e poi con Lamberto Dini. Lo ha fatto, con Prodi e D’Alema, accettando ipotesi di flessibilità come quelle del pacchetto Treu.

La Cgil ha conquistato, così, sotto la sua direzione, un patrimonio importante di fiducia, ha rinnovato un legame stretto e forte col mondo del lavoro tradizionale. Qualche spiraglio si è aperto anche nei nuovi lavori, con il Nidil, il sindacato dei cosiddetti atipici, uno spazio inaugurato da Trentin, dove si gioca il futuro del sindacato. Un altro aspetto importante riguarda il fatto che la Cgil, a differenza d’altri «contenitori» della sinistra, ha mantenuto e allargato la propria influenza, il proprio radicamento sociale, la propria unità interna. C’è, in tale panorama, la ferita dei rapporti con Cisl e Uil. Si poteva fare di più per impedire gli strappi? Cofferati ha spiegato che lui sa bene, fin da quando era alla Bicocca, quanto sia importante l’unità. Ha aggiunto che su tutto si può mediare, ma non su certi diritti non negoziabili, come quelli contemplati dall’articolo diciotto dello Statuto dei lavoratori. La verità è che qualcuno – il governo, la Confindustria – ha puntato sulla rottura sindacale. Con un calcolo miope che potrebbe portare danni gravissimi al Paese.
Che cosa farà il «cinese»? Farà quel che ha sempre fatto, direbbe la Jole Magni, ex Pirelli. «Perché lui non cambia, cambiano gli altri». Continuerà, dunque, a fare il riformista, incrociando problemi concreti. E’ la sua arma segreta. Lui ne sa di più di tanti su diritti, stato sociale, nuovi lavori. Può dimostrare come si costruisce l’innovazione e anche l’unità vera del mondo di tutti i lavori, contribuire a porre le basi di un’alternativa al centrodestra. Può aiutare, con la fondazione Di Vittorio, a ricostruire l’unità dei soggetti sindacali. E’ certo che rappresenterà una risorsa importante per la sinistra. Non seguirà i consigli di Bertinotti che l’altra sera, ad un dibattito alla Festa di Rifondazione a Roma, lo invitava quasi alla scissione, «ad uscire dalla prigione». Lui ha guardato Castel Sant’Angelo, possente e inondato di luce, e ha detto ridendo: «Non farò certo come Tosca, non mi lascerò cadere nel vuoto…».