Pirani: L’ira funesta di Cofferati

17/07/2001



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L’ira funesta
di Cofferati


mario pirani


Ma cosa è capitato ad un uomo come Sergio Cofferati, in genere attento anche alle forme del civile dibattito, per spingerlo, nella lettera inviata ieri al nostro giornale, a debordare nell’insulto e nell’anatema di stampo stalinista nei confronti del sottoscritto? Eppure l’articolo («Repubblica» del 13 luglio) che lo ha mosso a cotanto sdegno, pur essendo nettamente critico sullo sciopero separato della Fiom, sulle sue motivazioni, sull’incrociarsi tra azione sindacale e polemiche di partito, non conteneva una sola parola men che rispettosa sia per la persona del segretario generale della Cgil che per l’azione da lui condotta.
C’è, però, da preoccuparsi – e non poco – se vengono bollati, come inammissibili attacchi a una presunta sacralità della Confederazione e del suo leader, le critiche, le analisi problematiche sulla politica del lavoro, le polemiche sulla rappresentanza, sul salario, sulle nuove professionalità e quant’altro attiene alla problematica che oggi investe tutte le sinistre europee e non solo quella italiana. È una discussione aperta nella quale nessuno possiede ricette miracolose – come le sconfitte insegnano – così come nessuno può pretendere di fissare i limiti dell’ortodossia consentita. Non è, quindi, per offesa sensibilità se mi angustio chiedendomi cosa abbia fatto perdere le staffe a Cofferati. Ora, rileggendo la sua lettera, sono portato a credere che il punto dolente sia in quel passaggio in cui lo scrivente afferma che il mio articolo «echeggia e in qualche parte illustra grevemente opinioni presenti nel dibattito congressuale dei Ds». Di qui l’empito irato di una sentenza di scomunica che, se per obbiettivo diretto ha un giornalista colpevole di essere politicamente indipendente, per destinazione finale vuole investire e delegittimare D’Alema, Fassino e tutta quella parte della dirigenza Ds comunemente definita riformista. In proposito val la pena riportare letteralmente il testo della condanna: «Quando tende a scomparire dai propri cromosomi il valore sociale del lavoro, quando si considera l’astratta modernità un faro, quando si colloca la libertà delle persone fuori da regole condivise, quando i diritti sono presentati come un impedimento, ci si può anche autodefinire riformisti ma si è un’altra cosa». Si tratta di una dichiarazione di una gravità sconcertante. La denuncia di una presunta «scomparsa dai propri cromosomi» dei valori essenziali della sinistra ha, infatti, un precedente letterale nella fraseologia che Enrico Berlinguer usò nei riguardi di Craxi e del partito socialista ai tempi di Tangentopoli.
Riprenderla nel contesto odierno, mentre una fin qui inedita corrente dei diessini sindacalisti, capeggiati da Cofferati, si presenta al congresso del partito in aperta contrapposizione, rende ingestibile la normale dialettica interna che, per quanto aspra, dovrebbe riflettere, pur sempre, un comune sentire e non degenerare in una lotta mortale. Di qui il nostro timore per l’improvvido incrociarsi tra contrasti di partito e vertenze sindacali, tra congresso della Cgil e congresso Ds, tra la funzione di dirigente massimo della Confederazione e di punto di raccordo per una nuova alleanza, da Bertinotti a Salvi. Ma, al di là di tutto questo, vi è soprattutto il timore che una deriva di sinistra, suggerita dalla sconfitta elettorale, isoli la Cgil, sterilizzi la sua forza, incida gravemente sulla sua capacità rappresentativa, con danni crescenti per il mondo del lavoro.

Per questo, e non certo per «livore» verso una grande organizzazione di cui ho seguito con partecipazione e commentato le sorti fin dal 1945 (quando il mio contraddittore, che è del ‘48, non era ancora nato), ho cercato di analizzare criticamente lo sciopero separato della Fiom. Ma, con tutta la buona volontà, la replica di Cofferati non mi appare condivisibile, neppure sul piano dei fatti. «Nella vicenda dei metalmeccanici – egli scrive – il primo atto separato non è lo sciopero della Fiom ma l’accordo firmato dalle altre due organizzazioni con Federmeccanica». Affermazione smentita dal calendario: lo sciopero venne proclamato il 26 giugno, dopo l’assemblea dei delegati a Bologna, mentre il contratto, cui la Fiom rifiutò di apporre la firma, è del 3 luglio. È chiaro che lo sciopero venne indetto per marcare la propria differenza con Cisl e Uil, con esplicito prevalere di una pulsione alla rottura sindacale più che al perseguimento di una convergenza unitaria.
Anche se il segretario della Cgil non le nomina, tra quanti avrebbero «perduto i cromosomi», vanno annoverate anche le due altre confederazioni.
La posta in gioco giustificava questa lacerazione senza precedenti? Le cifre parlano da sole. Di fronte a una richiesta di 135.000 lire Cisl e Uil hanno chiuso a 130.000. Di queste, però, 18.000, con «un artificio contabile», come lo stesso Cofferati finisce per ammettere, vengono considerate un eventuale anticipo sul prossimo contratto che sarà rinegoziato fra tre anni. A quel punto dipenderà dai rapporti di forza. Per intanto, però, i soldi entrano per intero in busta paga a tutti gli effetti, liquidazione compresa. Valeva la pena rompere su questo? Né ha senso tirare in ballo i contratti della Confapi, degli alimentaristi e di altre categorie, dato che in nessun caso si sono superate le 130.000, anzi spesso si è restati al di sotto.
Proseguendo nelle chiose alla risposta debbo dire che non vedo neppure dove sia la singolarità del mio giudizio sul fatto che, malgrado la riuscita di numerose manifestazioni di piazza, lo sciopero abbia visto nelle fabbriche solo una partecipazione di minoranza. Gli attivisti del «popolo di Seattle» non sono trasformabili in metalmeccanici e la presenza di tanti giovani può essere confortante per altri versi, non per contestare un contratto. Ma la debolezza della posizione della Fiom si evince dalla prospettiva proposta: non di ottenere, magari con altri scioperi, un contratto migliore da sottoporre, se mai, ai lavoratori interessati, ma di esigere un referendum per abrogare quanto già ottenuto. Col fine esplicito non già di smuovere la Federmeccanica, ma di delegittimare le altre organizzazioni sindacali.
Ecco, dunque, saldarsi la deriva sinistroide che si vorrebbe imporre al partito, sconfessando tutta l’esperienza governativa dell’Ulivo, con la repentina dislocazione del sindacato sul versante del massimalismo scissionista, da cui in cinquant’anni era sempre rifuggito. Si tende così a far coincidere i confini della sinistra con i confini della Cgil, a riesumare i fasti distruttivi di una presunta democrazia dal basso che a colpi di cortei, assemblearismo, picchetti ed insulti dovrebbe stravolgere le altrui rappresentanze sindacali, considerate «vendute».
L’estremismo di sinistra ha già fatto non pochi regali al centrodestra, misurabili anche nelle ultime elezioni dal ruolo svolto dalle liste separate di Rifondazione comunista. Al di là di ogni polemica mi rifiuto davvero di credere che un uomo come Sergio Cofferati voglia trascinare ora il sindacato verso gli stessi lidi.