Piove sul bagnato: la povertà colpisce di più gli operai

16/07/2010

Fotografia di un Paese in declino: resta stabile il livello di povertà in Italia, e l’80% della disoccupazione originata dalla crisi economica ha colpito i giovani, che hanno trovato solo nella famiglia e nell’aiuto dei genitori un ammortizzatore sociale efficiente. L’altro ammortizzatore, che ha retto a sufficienza e che ha protetto i genitori dalla perdita del posto di lavoro, è la cassa integrazione. Queste le ragioni per cui il numero dei poveri nel 2009 non è – nell’indagine dell’Istat – né aumentato né diminuito rispetto all’anno prima: la percentuale è ferma al 10,8%, il 13,1% dell’intera popolazione, con un 4,7% di «povertà assoluta» (e qui, e condizioni sono peggiorate), che significa qualcosa come 7 milioni 810mila persone. Peggiorano le condizioni degli operai, mentre resta stabile anche il marcato divario tra nord e sud: se nel settentrione la percentuale di poveri è del 4,9, nel meridione si impenna al 22,7. Oltre una famiglia su 5, quindi, vive in condizioni di povertà. La regione in cui si vive meglio è l’Emilia-Romagna, quella con la più alta incidenza di persone senza mezzi di sussistenza è la Calabria (27,4%). Ma poi, chi è questo esercito di poveri italiani? Una famiglia composta da due persone con una spesa mensile pari o inferiore a 983 euro, viene classificata come povera. Evidente il fatto che con un reddito di mille euro o poco più si esce dai criteri dell’Istat ma si resta comunque nei dintorni. Del resto, secondo l’Istituto il 7,5% delle famiglie è «quasi povera».E ci sono poi molti gruppi a rischio anche tra chi oggi sembra cavarsela meglio. L’incidenza di povertà cresce col diminuire del titolo di studio e l’aumentare dei componenti (e fin qui siamo nell’ovvio), quella di povertà assoluta cresce soprattutto per le famiglie con persona di riferimento operaia (dal 5,9% del 2008 al 6,9% del 2009), e flette parecchio se il reddito arriva da un lavoro in proprio (dall’11,2% all’8,7% per la povertà relativa, dal 4,5% al 3% secco per l’assoluta). Spiega l’Istat: «Nel 2009 la spesa per consumi ha mostrato una flessione in termini reali, particolarmente evidente tra le famiglie con livelli di spesa medio-alti». E se i numeri restano sostanzialmente gli stessi, è perché «l’80% del calo dell’occupazione ha colpito i giovani – spiega sempre l’Istat – in particolare quelli che vivono nella famiglia di origine, mentre due ammortizzatori sociali fondamentali hanno mitigato gli effetti della crisi: la famiglia stessa, che ha protetto i giovani che avevano perso il lavoro, e la cassa integrazione, che ha protetto i genitori dalla perdita del lavoro (essendo i genitori maggioritari tra i cassaintegrati) ». La cig peraltro si avvia a superare il record storico di ore entro fine anno. Dati Cgil: a giugno 2010 sono state effettivamente utilizzate 329 milioni di ore, mentre nello stesso mese dello scorso anno le ore utilizzate erano 240 milioni. E non giunge notizia di diminuzione del numero delle richieste. MANOVRA E COERENZA Incredibile ma vero, il ministro al Welfare Maurizio Sacconi tiraun respiro di sollievo sottolineando la stabilità dei dati, e dal collega Renato Brunetta (Funzione pubblica) addirittura una nota per esaltare la «piena coerenza con il quadro di tenuta delle condizioni di vita degli italiani, e in particolar modo dei dipendenti e dei pensionati». Replica il Pd: «Credo ci sia poco da consolarsi con un tasso di povertà altissimo e stabile – dice Giuseppe Fioroni, responsabile welfare – L’Istat continua a certificare che l’unico baluardo alla crisi è stata finora la famiglia. Fossi al governo guarderei con preoccupazione al fatto che l’80% della disoccupazione ha colpito i giovani, e anche a quegli 8 milioni di persone che vivono con 983 euro al mese». «Edè vergognoso – riprende – che siano proprio i numeri a contraddire le velleità di una manovra approvata
proprio oggi da un governo a pezzi, con un voto di fiducia: una manovra che ignora le famiglie e i giovani, che non investe sulla crescita e che favorisce monopoli e privilegi, che continua a infierire su scuola e università e non offre vie d’uscita».