Pininfarina e Pezzotta al governo: «L’Italia è ferma, non cresce più»

07/02/2005

    sabato 5 febbraio 2005

      SINDACATI E INDUSTRIALI INCALZANO: NESSUNO CI HA ANCORA CONVOCATO
      Pininfarina e Pezzotta al governo
      «L’Italia è ferma, non cresce più»


        Roberto Ippolito

          ROMA
          Andrea Pininfarina, vicepresidente della Confindustria, comincia così: «Il paese è fermo». Tre minuti dopo Savino Pezzotta, segretario della Cisl, usa quasi le stesse parole: «Il nostro paese non cresce».

            Imprenditori e lavoratori hanno preoccupazioni identiche. Pininfarina e Pezzotta le manifestano in un’occasione inusuale: una tavola rotonda riservata agli ospiti del congresso dei democratici di sinistra in corso al Palalottomatica. E’ dunque largamente condivisa l’analisi sullo stato dell’Italia. E se Pininfarina esprime il «bisogno di più fiducia, nuovi investimenti e nuovo impulso», Pezzotta vorrebbe «uno slancio, una svolta».

              Sceso dal palco, il vicepresidente della Confindustria ricorda che da cinque mesi è solo annunciato dal governo Berlusconi un provvedimento teso a rilanciare la competitività: «Siamo a febbraio e attendiamo di parlare di competitività da settembre». Che ci sia «poco tempo per intervenire» è il succo dell’intervento di Pezzotta: «Non c’è la consapevolezza del tempo corto. Se non si interviene in fretta si va verso la deriva in tempi brevissimi».

              Ma poco dopo da Londra il ministro dell’economia Domenico Siniscalco assicura: «Stiamo lavorando e contiamo di chiudere in fretta». Il provvedimento, che con il vertice interministeriale di martedì scorso è slittato ancora, questa volta alla fine di febbraio, «si muoverà», come fa sapere il ministro, sulle «linee» della strategia delineata dal presidente della Commissione europea Josè Manuel Barroso.

                Ogni giorno dà la conferma delle difficoltà. Per Pininfarina il calo dell’inflazione non è positivo: avviene per la «mancanza di spinta propulsiva dell’economia». Economia che perciò deve essere sostenuta. E’ quello che sollecitano le imprese, senza trascurare di guardare al proprio interno con «un minimo di capacità di autocritica». Pininfarina auspica che si torni «ad avere un modello di sviluppo» e «dei valori». Pezzotta chiede «politiche industriali: sono anni che non se ne fanno più».

                  Nel dibattito al Palalottomatica Ilvo Diamanti, docente di scienza della politica, descrive l’Italia «depressa» e «sfiduciata»: «Non è possibile che per sette persone su dieci il futuro dei figli è peggiore delle proprie condizioni».
                  La questione lavoro è ovviamente centrale. Pininfarina osserva che «si è fatta confusione sulla flessibilità» e che «si è scivolati verso la precarietà». Le sue osservazioni sono sottolineate dagli applausi dei delegati, molto attenti agli spunti che arrivano dalla tavola rotonda. Pininfarina guarda all’esperienza di altri paesi e in particolare alla Gran Bretagna di Toni Blair artefice di «un piano in difesa del lavoro, non del posto di lavoro». Per il vicepresidente Confindustria bisogna riflettere con attenzione sugli ultimi anni: «Si è insistito molto sulla flessibilità ma non sulla valorizzazione del lavoro».

                  Aggiunge poi Pezzotta, ripetendo alcuni termini: «La flessibilità in sè non è una brutta parola, ma è una brutta parola quando scivola verso la precarietà». E’ il momento, pertanto, di «ragionare su un nuovo stato sociale». E di affrontare «il tema della vulnerabilità sociale» del 30% della popolazione «molto più elevata che in passato». Pininfarina insiste sull’esigenza di «rimettere l’industria e l’economia al centro». E dice: «Il nostro è un paese che investe poco, circa la metà dei paesi europei, in ricerca e sviluppo». E’ vero che «investe poco» il settore privato, ma non si sono creati «rapporti fruttuosi» (e agevolati dal fisco) tra imprese e università e in tutti i paesi la ricerca ha un forte sostegno pubblico. Comunque «il clima non aiuta gli investimenti».

                    Sullo sfondo c’è la scelta del governo di tagliare l’irpef, con il bilancio pubblico in deficit, e quindi di non intervenire con decisione a favore dell’economia. Pininfarina fa notare che «con il piano Chirac» il governo francese ha indirizzato verso l’innovazione e lo sviluppo risorse dello «stesso ordine di grandezza» di quelle destinate in Italia alla riduzione delle imposte sui redditi dando così «un chiaro segnale».

                      Pezzotta chiede: «Piuttosto che ridurre le tasse quelle stesse risorse impegnate non potevano essere utilizzare per il rilancio del sistema produttivo?». Ancora applausi dai delegati del congresso Ds.