Piccoli Marchionne crescono

05/08/2010

Gli italiani hanno iniziato le vacanze con il tg di Minzolini che, la scorsa settimana, annunciava trionfale la ripresa dell’occupazione e la fine della crisi. Hanno fatto intempo a sdraiarsi sotto l’ombrellone e oggi leggono sui giornali che Unicredit e Telecom Italia, due tra le maggiori imprese nazionali, hanno deciso il taglio di migliaia di dipendenti mentre la cassa integrazione cresce in luglio del 28%, a passo di record. Per carità, bisogna distinguere e non drammatizzare. Telecom ha siglato un accordo con i sindacati finalmente uniti, grazie anche all’intervento del governo, per gestire senza traumi l’espulsione di 3900 lavoratori, che andranno in mobilità volontaria, e di altri 3000 interessati a contratti di solidarietà e a processi di formazione. Dal 2008 ad oggi Telecom ha avviato procedure di tagli che coinvolgono 12mila persone su un totale di circa 60mila dipendenti in Italia. Unicredit, invece, a sorpresa ha annunciato 4700 esuberi che derivanodalla concentrazione delle attività sotto Banca Unica, progetto delineato dall’amministratore delegato Alessandro Profumo e approvato dal consiglio di aministrazione. Anche in questo caso vanno fatti due conti: dal 2007 ad oggi Unicredit ha messo fuori circa 10mila dipendenti, più altri 1500 trasferiti per la cessione di attività, oggi si aggiungono questi 4700. In tutto oltre 16mila dipendenti sono stati tagliati, certamente per dare più “efficienza” alla bancacome dicono i manager. Nel dicembre 2009 sul Sole-24 Ore Profumo aveva dichiarato che «Banca Unica non produrrà ulteriore esuberi». Anche ai grandi manager capita di sbagliare le previsioni: d’altra parte nel settembre 2008, quando in Borsa facevano a fettine Unicredit, Profumo dichiarò solennemente al Tg1, territorio adattissimo a raccontar balle, che la sua banca non aveva bisogno diunaumentodi capitale. Dopo pochi giorni Unicredit varò una sostanziosa ricapitalizzazione, garantita dalla Mediobanca allora guidata da Cesare Geronzi che portò in casa Profumo perfino la banca di Gheddafi. A che punto siamo, dunque? Nessuno si sogna di dire che i posti, l’organizzazione produttiva, i cicli di investimento devono restare immutati. Nessuno può pensare che la crisi, arrivata al terzo anno, possa lasciare tutto al suo posto. Stiamo vivendo una ristrutturazione planetaria dell’economia, muoiono mercati deboli e ne nascono altri potentissimi, intere produzioni cambiano continente, ed è bene ricordare che negli ultimi vent’anni l’occupazione manifatturiera nel mondo si è ridotta di due terzi. Il capitalismo funziona così, e pagano sempre i soliti. Tuttavia, davanti a casicomeTelecom (che a dieci anni dalla privatizzazione non ha ancora trovato una stabilità azionaria e una coerente strategia di sviluppo) e Unicredit, sorge la domanda: chi creerà nuovi posti di lavoro nel nostro paese? E ancora: non c’è una vistosa contraddizione tra il governo che aumenta l’età pensionabile, la Confindustria e Marchionne che incitano a lavorare di più e più a lungo nel tempo, con l’uscita dalla produzione di migliaia di lavoratori di 56-57 anni? C’è da diventar matti, a pensarci bene: non offriamo occasioni di occupazione, di emancipazione ai giovani costretti allo sfruttamento precario e però le imprese sbattono fuori dipendenti ancora nel pieno delle forze. C’è qualche cosa di insensato nella conduzione di questa economia se si guarda alla tutela dell’occupazione, al reddito, alla crescita anche sociale del paese. Solo le imprese, però, ci vedono chiaro e ristrutturano, tagliano, ricattano come se preparassero una diversa stagione di relazioni industriali e sociali, certo ispirate da un’onda politica e “culturale” che ridimensiona il valore, non solo il costo, del lavoro. È più facile, come insegna Marchionne, fare impresa se si cambiano le regole, si comprimono i diritti, si superano i contratti e si imponela competizione tra fabbriche e operai che fanno lo stesso mestiere. Raccogliere questa sfida è indispensabile, se poi la sinistra e ilmondodel lavoro riuscissero a trovare una risposta non subalterna, nè conformista allora sarebbe un bel passo avanti.