Piazza del lavoro – di Guglielmo Epifani

18/10/2002


  Il commento




18.10.2002
Piazza del lavoro

di 
Guglielmo Epifani


 Quella di oggi è una giornata importante. Per la Cgil, per le lavoratrici e i lavoratori, per tanti giovani e anziani, per l’Italia. Centoventi manifestazioni nelle città capoluogo e otto ore di astensione dal lavoro in tutti i settori. Il nostro sciopero – quello che abbiamo voluto chiamare «uno sciopero per l’Italia» – è oggi in campo. In molti hanno lavorato perché questo sciopero non riuscisse, molti media hanno cercato di mettere la sordina alle ragioni della nostra mobilitazione. A tutti costoro oggi risponderanno moltissime persone in tutta Italia. Lo faranno con determinazione e con serenità a sostegno delle motivazioni che abbiamo messo alla base della nostra iniziativa di lotta.

Motivazioni che partono da lontano e che legano questa giornata al grande movimento che nel corso del 2002 ha portato più volte in piazza milioni e milioni di persone contro la modifica dell’articolo 18 e contro le deleghe sul mercato del lavoro, sul fisco e sulla previdenza.
Contro la linea del governo e di Confindustria di puntare su una competitività bassa, basata solo sui costi, calpestando diritti e aspettative delle persone. Di chi oggi ha un lavoro e di chi lo vorrebbe. Contro la linea che ha portato a luglio a un Patto per l’Italia non solo sbagliato, perché modificava l’articolo 18, ma anche drammaticamente insufficiente, basato com’era su previsioni campate in aria (si parlava per il 2003 di una crescita del 2,9 per cento!), a risolvere i veri problemi che il Paese ha di fronte.

Motivazioni che oggi, con questa Finanziaria e con la difficile situazione che abbiamo di fronte, vengono drammaticamente confermate e ampliate.
Il nostro sciopero è generale non soltanto perché riguarda tutti ma perché ha al suo centro problemi concreti e generali che oggi sono resi ancor più urgenti dalle ultime emergenze. Dal Mezzogiorno al caso Fiat, ai problemi occupazionali all’orizzonte in un Paese che è ormai vicinissimo a una vera e propria recessione: il prodotto interno lordo quest’anno crescerà, se crescerà, al massimo dello 0,3 per cento.

Oggi, per l’effetto combinato delle misure sbagliate della Finanziaria, del rallentamento dell’economia, di crisi settoriali e locali sono a rischio quasi 300 mila posti di lavoro. Ma invece di porre mano a strumenti anticiclici, la politica del governo – niente per il Mezzogiorno, tagli nei trasferimenti agli enti locali e in settori chiave come scuola e ricerca – rischia di spingere il Paese lungo la china di un declino che va avanti da troppo tempo.

In questo quadro il governo è riuscito a presentare una legge finanziaria perfino peggiore di quanto il Dpef facesse prevedere. Una Finanziaria regressiva e populista, che non fa sviluppo, non fa equità, non fa rigore. Una manovra economica che, se non cambiata profondamente, rischia di far arretrare le condizioni generali del nostro Paese.

Questo governo ha sbagliato tutte le previsioni negli ultimi mesi (e in questo, va ricordato, era in buona compagnia, assieme al governatore della banca d’Italia e al presidente di Confindustria). Oggi, invece di ammettere gli errori e cambiare strada, continua a sbagliare: la manovra infatti consta di tagli iniqui e insieme difficili da concretizzare e di entrate del tutto aleatorie (che per di più, con i condoni che premiano i disonesti, danno anche un segnale sbagliato al Paese). Cosicché anche tra le previsioni di oggi e i saldi di domani rischia di esserci un divario insopportabile. Non vorremmo che a marzo, con la prima Trimestrale di cassa e la scoperta di una situazione ben più grave di quella che oggi si ammette, la soluzione proposta dal governo fosse la solita: tagli alle pensioni e alla spesa sociale. Oggi per allora la Cgil dice al governo (a questo come a qualsiasi altro governo) che a questa ricetta non ci sta. Oggi per allora è l’Italia a dire il suo no, chiaro e forte, nelle piazze e con lo sciopero. Ci hanno accusato in questi mesi di avere opinioni insieme preconcette e catastrofiste. I fatti si sono incaricati di confermare la giustezza delle nostre analisi, su cui oggi concorda anche chi ieri ha dato troppo credito al governo. Ma noi a quel declino non vogliamo rassegnarci. Per questo diciamo al governo che è ora di voltare pagina, di fare quello che si deve fare per rilanciare l’economia, di ripristinare, per fare solo un esempio, gli strumenti per il Mezzogiorno che hanno funzionato, anzi di potenziarli, di dare insomma il segno di una svolta.

La Cgil comunque continuerà nella sua iniziativa anche dopo il 18 ottobre. Sono molti i terreni sui quali vogliamo incalzare governo e Confindustria nella nostra battaglia per la coesione, per i diritti, per un’Italia migliore: Mezzogiorno, politica industriale (a partire dal caso Fiat), scuola e formazione, sanità e salute, informazione.

Su questi terreni, o almeno su alcuni di essi, crediamo sia possibile riaprire confronti unitari con Cisl e Uil (come del resto sta avvenendo sul fronte dei contratti pubblici e su quello della Fiat). Senza fughe in avanti, con la consapevolezza che ci dividono molte cose e tante scelte fatte, ma anche con la consapevolezza delle molte elaborazioni comuni che già esistono, sulle quali, se esiste la volontà da ambo le parti e se si trovano punti di merito condivisibili, può partire una fase di lavoro comune sui temi più drammatici, occupazione e Mezzogiorno in testa.