Piatto povero mi ci ficco

11/03/2002

n. 11 – 14 marzo 2002

ECONOMIA
AFFARI DI GOLA – LA CORSA ALLE CATENE DI FAST FOOD



Piatto povero mi ci ficco

I Benetton dell’Autogrill entrano in Pastarito e fanno incetta di ristoranti veloci. I Cremonini aprono steak house. E anche i petrolieri scendono in campo. Tutti a caccia di 2,5 miliardi di euro.


di 
 
RAFFAELLA GALVANI
8/3/2002

Autogrill mangia Pastarito.
Livio
Buttignol, amministratore delegato dell’Autogrill (Benetton), ha fatto il bis: a fine febbraio si era comprato una quota (con opzione sulla totalità del capitale) della Ristop, società con 26 ristoranti sulle autostrade, nelle stazioni e nei centri commerciali e un fatturato di circa 60 milioni di euro. Adesso si è assicurato il 20 per cento (destinato peraltro a salire) della società di ristorazione a base di pasta e pizza che fa capo all’immobiliarista torinese Giancarlo Vigo. Una catena (marchi Pastarito e Pizzarito) nata quasi per gioco e che oggi conta una settantina di locali tra Italia ed estero (Parigi e Barcellona), ne aprirà una quarantina nel 2002 e programma addirittura un Pastarito Village a Bollate (Milano): 10 mila metri quadrati su cui sorgeranno un albergo e un motel, oltre a una fabbrica di pasta fresca e a una centrale di rifornimento dei locali sparsi per l’Italia.

Come si spiega questo grande appetito di pizza & dintorni? Perché minisocietà come la Pastarito, che fattura 13,6 milioni di euro
, interessano così tanto all’Autogrill, gruppo da 3.258 milioni di euro di giro d’affari che spazia dalle pizze di Spizzico agli hamburger di Burger King, dai self service Ciao ai panini Pan Esprit, alla caffetteria di ACafè? «La ristorazione, finora molto frammentata, sta vivendo lo stesso processo di industrializzazione del commercio» risponde Buttignol. Insomma, gli oltre 70 mila gestori indipendenti di snack bar, ristorantini e pizzerie sono destinati a fare sempre più spazio alle catene. Non basta. «Poiché si tratta di attività dove i costi scendono all’aumentare dei volumi, la competizione avviene con la conquista di quote di mercato» aggiunge Buttignol.
Un mercato che, complici i cambiamenti sociali e gli stili di vita, è in continua crescita. Secondo la società di ricerche francese Gira, la ristorazione commerciale (include quella urbana, su autostrade, aeroporti, stazioni e a bordo dei treni) vale 44 miliardi di euro, con tassi di sviluppo a due cifre soprattutto per le catene di ristorazione veloce a prezzo contenuto, che si sono già conquistate un 6 per cento del business. Ovvero 2,5 miliardi di euro.

Così il piatto solo in apparenza povero a base di hamburger, spaghetti e pizze margherita fa gola a molti: in corsa, oltre ai big del fast food McDonald’s e Autogrill, ci sono gruppi nazionali come Api (quelli della benzina) e Cremonini (carne e ristoranti su treni e stazioni), ed europei, come i francesi della Elior, interessati a partecipare alle gare per le concessioni sui punti di ristoro autostradali, o gli inglesi della Compass, attirati dalle stazioni ferroviarie.



Perché la gente oggi è in continuo movimento: e dovunque e comunque si sposti, per lavoro o per divertimento, da sola o in famiglia, deve mangiare, possibilmente in modo veloce e a prezzo contenuto. E ogni azienda è pronta con una propria strategia di attacco. L’Autogrill per esempio, operazione Pastarito a parte, vuole andare ben oltre i 516 milioni di euro che fattura in Italia nella ristorazione veloce. Poiché è già leader sulle autostrade, punta a far crescere i canali alternativi, che oggi rappresentano un 15 per cento circa del fatturato totale. Entro il 2003 saranno inaugurati un centinaio di Spizzico, per arrivare così a un totale di 350, oltre a una trentina di punti ristoro Spizzico e ACafè nelle stazioni ferroviarie per le quali esiste un accordo con la Grandi stazioni.
Nei centri cittadini, invece, si punta sulle «food court»
. Spiega Buttignol: «Le formule più interessanti anche dal punto di vista degli incassi non sono i ristoranti singoli di pizza o hamburger, ma le grandi corti, come quelle di piazza Duomo a Milano o via del Corso a Roma, dove offriamo al cliente l’intera gamma dei nostri servizi. Così in tre o quattro anni pensiamo di aprirne almeno una decina nelle principali città».

Se l’Autogrill diversifica, i concorrenti inseguono.
L’
Api, azienda petrolifera familiare, dopo una sperimentazione durata un paio di anni con una trentina di locali presso i propri distributori, nel 2001 ha per esempio creato una società, la Festival, con un socio forte del settore, la Gemeaz Cusin. Arredi in legno, giocati sul bianco e il verde, quattro tipologie di punti vendita (snack bar, store bar, restaurant e take away), un menu che spazia dalla pizza al classico secondo con contorno. Dice Ugo Brachetti Peretti, presidente di Festival e vicepresidente dell’Api: «Per ora abbiamo una cinquantina di locali Festival: tranne quello della stazione ferroviaria di Mergellina a Napoli, sono tutti vicini a una pompa di benzina. Ma entro dieci anni contiamo di arrivare a 600 locali in tutta Italia e solo il 40 per cento sarà collegato ai distributori».

Il piano di attacco potrà fare leva anche su un accordo con il socio Gemeaz, che con il marchio Ticket restaurant vanta convenzioni con migliaia di bar e ristoranti nei principali centri cittadini. In questo modo la Festival potrebbe innalzare rapidamente la bandiera su molti locali. «Pensiamo di contattarne circa 2 mila che potrebbero essere interessanti per noi» precisa Brachetti Peretti. Infatti, se nel 2002 la Festival programma 55 aperture, una ventina riguardano appunto locali di Roma già Ticket restaurant.
«Pensiamo anche a locali non in franchising ma gestiti direttamente da noi» aggiunge Brachetti Peretti. In particolare, si punta molto sul grande ristorante di Verona che sarà inaugurato a giugno: 500 metri quadrati vicino all’Arena.




Se nuovi operatori come Api si affacciano al settore, non mancano i ritorni a tavola di chi, come il gruppo Cremonini, una catena l’aveva già, Burghy, salvo poi cederla alla McDonald’s. Spiega Vincenzo Cremonini, amministratore delegato della holding: «In un settore che cresce a ritmi del 20-25 per cento l’anno, e dove vantiamo un know-how consolidato, vogliamo giocare a 360 gradi». Il che significa non limitarsi a potenziare la presenza nelle stazioni (dove il gruppo Cremonini conta 185 punti ristoro in una trentina di scali) e gli aeroporti (Roma Fiumicino e Palermo), ma allargarsi alla ristorazione urbana con la Roadhouse grill, la prima catena di steak house in Italia nata dalla joint-venture con il gruppo americano Roadhouse grill. Obiettivo: andare oltre la pizza e conquistare una fascia di clientela medio-alta (lo scontrino dovrebbe aggirarsi sui 19 euro contro i 5 del quick service restaurant). «Una nicchia di mercato dove finora non vedo concorrenti italiani, ma al massimo stranieri come le catene francesi Buffalo Grill e Hippopotamus, pronte a sbarcare da noi».

Il primo locale pilota è stato aperto a Legnano alla fine del 2001, per il 2002 sono previste cinque steak house tra Lazio, Toscana, Lombardia ed Emilia, mentre entro il 2005 si ipotizzano 60 ristoranti in Italia e nei principali paesi europei, per un fatturato a regime di circa 100 milioni di euro. Complessivamente la divisione ristorazione della Cremonini spa prevede per il 2002 di ricavare 235 milioni di euro: 15 dalla città, 90 da stazioni e aeroporti e 130 dal ristoro sui treni. Per il futuro guarda seriamente anche alle autostrade. «Stiamo valutando varie formule per partecipare alle gare del 2003, anche in partnership con una petrolifera» dice Cremonini.

Infine, non manca chi, come la Peroni, al food è arrivata un po’ per trovare canali di vendita alle proprie birre e un po’ per fare immagine. Ma l’avventura nata per prova sei anni fa sotto l’insegna Crazy bull café (menu texano-messicano, come pure insalatone e pizze) si sta rivelando potenzialmente seria. Risultato: oggi la Peroni, che punta in particolare sui giovani, conta 39 ristoranti e 61 milioni di euro di fatturato. E ha un fitto programma di nuove aperture, da Lecce a Pavia, da Livorno a Legnano e Siracusa: una volta tanto né all’aeroporto né in una stazione ferroviaria, ma nei Warner Village. Insomma, anche il cibo, oltre che soldi, fa spettacolo.



 
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