Pezzotta scrive al premier. Ma la Uilera d’accordo

18/12/2002



18 dicembre 2002


RETROSCENA

«I fondi del Patto per l’Italia non andavano toccati»
Pezzotta scrive al premier. Ma la Uilera d’accordo
Il segretario della Cisl minaccia iniziative a difesa dell’accordo di luglio. Il messaggio anche al presidente del Senato, Marcello Pera

      ROMA – «Questa faccenda non finisce con la Finanziaria, quello che è successo è un precedente grave, rappresenta un vulnus nel rapporto con il governo». Savino Pezzotta schiuma letteralmente rabbia. «Me ne hanno fatte di tutti i colori – mugugna – e questa è l’ultima. Non escludo che la Cisl possa prendere qualche iniziativa in difesa del patto per l’Italia». Per prima cosa il segretario generale della Cisl ha scritto una lettera indignata al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e al presidente del Senato Marcello Pera. Chiede di ripristinare per intero lo stanziamento di 780 milioni di euro previsto dalla manovra per il 2003 per finanziare il raddoppio (da sei mesi a un anno) e l’aumento dell’indennità di disoccupazione concordati il 5 luglio scorso nel patto per l’Italia, ora dimezzato per far fronte ai costi degli ex lavoratori socialmente utili della scuola e degli ammortizzatori sociali per la crisi della Fiat. E protesta perché la decisione è stata presa, con un emendamento al Senato, senza una formale consultazione di chi ha firmato il patto per l’Italia. Eppure la scorsa settimana, non appena si era profilata questa eventualità, Pezzotta aveva cercato di mettere le mani avanti. In una serie di conversazioni riservate con esponenti di governo. «Quei soldi servono per il patto – aveva detto – e non si toccano. Avete firmato un accordo e ora lo dovete rispettare». Non aveva (apparentemente) sentito ragioni nemmeno sulle giustificazioni che erano state portate. Il sottosegretario alla presidenza Gianni Letta gli aveva spiegato che tanto quei soldi sarebbero rimasti inutilizzati. Il potenziamento dell’indennità di disoccupazione, infatti, è contenuto nel disegno di legge che contiene le misure sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che è ancora all’esame del parlamento. Bene che vada, non sarà approvato prima di aprile, poi si dovrà fare il decreto attuativo. Difficilmente, quindi, quei 780 milioni di euro potrebbero essere impiegati tutti per far fronte agli impegni contenuti nel patto per l’Italia. E Letta si era anche impegnato con Pezzotta sul fatto che i soldi utilizzati per i Lsu e la crisi della Fiat sarebbero stati prontamente reintegrati, prelevandoli dal fondo per l’occupazione. Il segretario della Cisl ne aveva fatto anche una questione di principio, visti i precedenti. Ma si era evidentemente sentito rassicurato dalle parole di Letta.
      E oggi l’offensiva politica dello schieramento vicino al sindacato di ispirazione cattolica si è dispiegata a largo raggio: da destra a sinistra. L’ex ministro del Lavoro Tiziano Treu, della Margherita, ha detto che «questo governo oltre a racimolare soldi moltiplicando scandalosamente i condoni, li ruba al patto per l’Italia». Il presidente dei deputati Udc Luca Volontè ha invece ammonito: «Il patto per l’Italia non si tocca, la cifra per gli ammortizzatori deve restare quella». E sulla stessa linea si è schierato il predecessore di Pezzotta, Sergio D’Antoni, ora uno dei leader dell’Udc.
      Anche la Uil si dichiara contraria, ma le sfumature sono diverse. Ed è un particolare che può spiegare, in parte, una così violenta reazione della Cisl. Il segretario confederale Paolo Pirani dice che il suo sindacato è «fermo al rispetto agli impegni di destinare 780 milioni al patto per l’Italia». Di conseguenza «ridurre quelle risorse significa disattendere quel patto». Ma precisa che «il nostro giudizio compiuto sarà dato quando la finanziaria verrà approvata».
      Il fatto è che, al di là delle dichiarazioni ufficiali, il segretario generale della Uil Luigi Angeletti avrebbe in realtà dato il proprio assenso all’utilizzo di parte dei fondi del patto per l’Italia per finanziare Lsu della scuola e la cassa integrazione per la crisi dell’indotto Fiat fin da subito. Accettando in pieno la tesi che non sarebbe stato comunque materialmente possibile impiegare nel 2003 l’intero stanziamento previsto per l’anno, in considerazione dei tempi di approvazione della legge sull’articolo 18.
      E questo fatto avrebbe persino contribuito a superare l’iniziale titubanza del ministro del Welfare, Roberto Maroni. Forse preoccupato per le possibili, inevitabili polemiche.
Sergio Rizzo


Economia