Pezzotta rilancia gli «scioperi di proposta»

07/03/2005

    lunedì 7 marzo 2005

    CONVERSAZIONE. UNA SETTIMANA CALDA
    Di Ettore Colombo

      Fiat: sì al polo del lusso. Tessili: no ai dazi
      Pezzotta rilancia gli «scioperi di proposta»

        Il segretario dell’unico sindacato che, in Italia e anche in Europa, parla di Africa – come lo definisce lui stesso – deve affrontare una settimana particolarmente difficile. Domani lo sciopero del comparto tessile dei tre grandi sindacati italiani, venerdì quello dei meccanici di Fiom, Fim e Uilm sulla situazione in casa Fiat. Infine, il varo definitivo del decreto sulla competitività da parte del governo. In mezzo, le trattative per il rinnovo del contratto del pubblico impiego che non riescono a partire da mesi. Savino Pezzotta, di ritorno da Assisi dove ha dato vita a una intensa due giorni sul «Progetto Africa» della Cisl affronta con il Riformista le urgenze del momento. E fa capire che, ove non vi fossero risposte dalle controparti, specie sul Pubblico impiego, «la risposta del sindacato non tarderà ad arrivare, dopo lo sciopero del 18 marzo. E sarà più generale e complessiva». Vuol dire sciopero generale alle porte? «Non sono abituato a dire oggi quello che farò domani e lavoro per creare coesione sociale, non certo per spezzarla ma non posso accettare il rifiuto pregiudiziale della trattativa».

        Tornando agli scioperi in agenda e non a quelli futuribili, resta da capire il perché di due mobilitazioni, quella dei meccanici e quella dei tessili, che sembrano andare contro gli interessi dei lavoratori che vogliono difendere, visto che intervengono su settori in particolare crisi e difficoltà. «Gli scioperi a volte servono anche a dialogare, non bisogna vederli per forza come un elemento di rottura», risponde Pezzotta. Che conia, per la Fiat, un neologismo che forse farà strada: «lo sciopero di proposta». Sarebbe? «Per competere, dopo la rottura dell’accordo con Gm, da noi salutata comunque in modo positivo, Fiat deve allargare gli orizzonti, cercare nuove alleanze in Europa. Non si può pensare di stare altrimenti, sul mercato mondiale. In tale ottica non vedo affatto in modo negativo l’idea della creazione di un polo del lusso. Naturalmente l’integrità e la specializzazione del prodotto Fiat deve restare intatta – continua Pezzotta – il che vuol dire mantenere i livelli occupazionali in tutti i suoi siti produttivi ma una grande azienda internazionale deve poter ragionare a quel livello».

        Il problema della competizione sta anche in un altro settore in crisi, quello del tessile. «Il settore ha perso 800 mila posti di lavoro a causa delle pigrizie di molti, imprenditori in testa, e va sostenuto. La concorrenza, che non è solo dei cinesi ma di tutti i paesi emergenti, ha intaccato ormai anche i tradizionali comparti manifatturieri. Bisogna rilanciare e collocarsi in segmenti di mercato più innovativi e accompagnare la riconversione dei settori che non ce la fanno con adeguate politiche industriali. Ma attenzione – dice Pezzotta, che da delegato di fabbrica dei tessili cominciò la sua carriera di sindacalista – non scioperiamo solo per difendere i livelli occupazionali ma anche perché vogliamo con forza il rilancio di un asset cruciale per il Paese, il made in Italy.- Vuol dire turismo, bellezze artistiche ma anche moda e abbigliamento. Gli altri possono limitarsi a copiare, noi dobbiamo innovare, se vogliamo vincere». Imponendo dazi, magari? «Nient’affatto! I dazi sono scelte conservative, da ’800. Le sole limitazioni che accetto riguardano clausole sociali o lo sfruttamento dei minori».

        La Cisl, come ha messo nero su bianco nel suo rapporto sull’industria, lamenta l’assenza di vere politiche industriali, per l’Italia: «Non ci sono uno o due settori in crisi ma un intero comparto, come dimostrano le enormi difficoltà della chimica», spiega Pezzotta, che mette il dito nella ferita: il «non confronto» con il governo. «Siamo passati dalla concertazione al dialogo sociale e da quello all’auscultazione. Dopo di questo c’è il nulla. O meglio c’è un’altra cosa ancora, la tensione sociale, tensione che il Paese non si può permettere». La competitività è una scatola vuota? «Ci sono semplificazioni, c’è la fiscalità di vantaggio, ma non c’è nulla per il Sud né linee di politica industriale. Nessuna risorsa aggiuntiva, inoltre, soldi che servivano. Dopo aver litigato tra di loro per mesi hanno preteso di ascoltarci in tre ore. Non va, questo metodo, perché non coinvolge, impedisce di negoziare e crea tensione sociale.

        Hanno scelto in via pregiudiziale di non trattare: il sindacato, disponibile a farlo, reagirà. A partire da questi scioperi, poi quello del pubblico impiego. Poi si vedrà».