Pezzotta fa le prove di blairismo, Fassino gradisce

09/02/2005

    mercoledì 9 febbraio 2005

      SINDACALIA. EPIFANI TENTA L’OPERAZIONE NOSTALGIA E IL SEGRETARIO DS SI RAFFREDDA

        Pezzotta fa le prove di blairismo, Fassino gradisce

          Sinergie inaspettate fioriscono sotto la Quercia. Gli industriali chiedono di stipulare un “contratto di salute pubblica” per i meccanici (più flessibilità sull’orario di lavoro, richieste salariali non esose): lo ribadiva ieri il presidente di Federmeccanica Callearo chiedendo «responsabilità comune di fronte alla crisi». Richieste che creano però nuove tensioni politiche e sindacali, specialmente in casa Cgil. Il segretario della Fiom Rinaldini è stato costretto a un intervento “minore”, complice anche l’orario poco felice (era venerdì sera) dalla tribuna congressuale Ds mentre tutti i riflettori erano stati puntati sulla tavola rotonda tra il professor Diamanti, il segretario della Cisl Pezzotta e il vicepresidente di Confindustria Pininfarina. Lo “small talk”, imbastito davanti a un attento e soddisfatto Fassino, si è risolto in un coro di voci consonanti (il paese è fermo, il governo non convoca più le parti sociali). Rinaldini, invece, era salito sul palco per cercare di fare muro alle richieste confindustriali, specie quelle riguardanti le norme sull’orario di lavoro, in quanto «smonterebbero il contratto nazionale». Quanto gli riuscirà è tutto da vedere, anche se incassa una posizione simile da parte della Fim mentre la Uilm si dice disposta «laicamente» a parlarne: «Di flessibilità nel mercato del lavoro ce n’è tanta, il punto è organizzarla in modo tale che abbia ricadute positive per lavoratori e aziende». Un punto su cui torna con insistenza Federmeccanica quando chiede di proporre al governo «il cuneo fiscale come fattore di recupero della competitività, che poi vuol dire che ciò che un imprenditore dà deve avere un impatto minimo per l’azienda ma si deve vedere in busta paga».

          Quasi le stesse parole pronunciate dal presidente dei Ds D’Alema, sempre al congresso: le agenzie ne riportavano lo slogan più efficace («Il nostro “meno tasse” deve tradursi in più salari e stipendi») ma il ragionamento di D’Alema era più sottile: «Dignità del lavoro non significa solo riproporre, come detto da Piero e Romano, il tema delle retribuzioni dei lavoratori ma anche usare la leva fiscale per ridurre il cuneo contributivo che comprime i salari e non riduce i costi delle aziende». Del resto, se il presidente usa sul punto accenti diversi dal segretario – che nella relazione d’apertura rivendicava il principio in base al quale «le tasse non sono una rapina ma lo strumento con cui una nazione moderna finanzia ospedali, scuole, università e asili nido» (e qui arriva l’eco di un altro feeling con le tesi di Pezzotta, noto per ripetere lo slogan provocatorio «Io amo le tasse») – Epifani concede pubblici apprezzamenti a Fassino e D’Alema sul problema salariale e la spesa sociale bassa ma poi ventila, pur se in modo soft, la patrimoniale cara a Bertinotti e soprattutto rivendica con scarso tatto che la frattura di Pesaro si sarebbe sanata perché i Ds avrebbero dato ragione alla Cgil, vanificando in parte anche il lavorìo di mediazione del segretario confederale Paolo Nerozzi che, da cofferatiano doc che era, si è profuso in attestati di stima per la maggioranza e votato per D’Alema. L’appropriazione indebita dei motivi del ritrovato feeling Cgil-Ds ha però innervosito i fassiniani e, guarda caso, nelle sue conclusioni il segretario ha regalato a Epifani citazioni distratte e sbrigative.

          «La Fed ha la concertazione scritta nel Dna. Dovrà averla anche la Gad», spiega Cesare Damiano, responsabile Lavoro dei Ds, che non si stupisce dell’attenzione cislina né di quella confindustriale. «Sono tre anni che intendiamo il rapporto con il mondo sindacale come rapporto con il sindacalismo confederale nel suo complesso», dice, e anche «Chi oggi punta ancora sul conflitto sbaglia grosso». Cooperazione senza primati, la chiamano i Ds, il loro modello per impostare le relazioni sindacali. E il rapporto con Confindustria? A sentire parlare Pininfarina, industriale non qualsiasi, la sensazione del cambio è netta. «L’industria va rimessa al centro», «l’Italia investe troppo poco in ricerca e sviluppo» e via concertando. Miele, per le orecchie ds, che diventa zucchero quando Pininfarina si spinge anche più in là, violando l’ultimo moloch della Confindustria di età damatiana, la battaglia sull’articolo 18: «Si è fatta confusione sulla flessibilità e si è scivolati verso la precarietà». Certo, a viale dell’Astronomia guardano alla Gran Bretagna di Blair e al suo piano «in difesa del lavoro, non del posto del lavoro», piuttosto che alle socialdemocrazie scandinave ancora care al corpaccione dei Ds, ma Pezzotta non esita ad andargli dietro e a convincere i delegati strappando loro – altro piccolo evento, in casa della Quercia – applausi ripetuti e scroscianti: «Si è insistito molto sulla flessibilità, una brutta parola solo quando scivola nella precarietà, non sulla valorizzazione del lavoro, invece bisogna affrontare il tema della vulnerabilità sociale e pensare a costruire un nuovo welfare». Fassino, nella replica, parla di «ricerca del benessere sociale». Pezzotta gongola, Epifani abbozza.