Pezzotta: ecco la nostra sfida al governo

20/10/2004

            mercoledì 20 ottobre 2004

            Intervista al segretario generale della Cisl: l’incontro di lunedì con Cgil e Uil apre una fase nuova per le confederazioni
            Pezzotta: ecco la nostra sfida al governo
            Vogliamo una diversa politica economica, un’altra Finanziaria, ci batteremo insieme

            Bruno Ugolini

            ROMA Una sfida al governo. È questo il significato, secondo Savino Pezzotta, delle scelte fatte dal vertice sindacale di lunedì. Anche la coalizione di centrodestra, come il sindacato, è tra Scilla e Cariddi (è una definizione di Tiziano Treu). C’è un Paese da rifare ma c’è anche una rappresentanza del mondo del lavoro da rifondare.

            La fumata bianca tra Cgil Cisl e Uil ha suscitato sorpresa. Non era possibile anticiparla?

            «Le cose maturano a seconda degli eventi. C’era stato un documento della Cgil rivolto a Prodi che aveva suscitato preoccupazioni. Era un fatto imprevisto. Non era un’iniziativa illegittima, certo, ma testimoniava un modo di rapportarsi con la politica, diverso da quello che noi ipotizziamo. Rischiava di divaricare i rapporti tra le tre centrali sindacali, con un’accentuazione delle polemiche. Ecco perché ho preso l’iniziativa di promuovere un incontro. Dovevamo valutare la possibilità di evitare sbocchi che alla fine indeboliscono tutti».


            Ci siete riusciti? Chi ha prevalso?

            «Il problema non è se vince la Cisl o la Cgil, o la Uil, secondo uno schema caro ai cronisti tifosi. Siamo in una fase delicata. Il sistema bipolare pone dei problemi a tutti. Non eravamo abituati. Occorre saper evitare il declino politico del sindacato, oltre che del Paese».


            È scaturita una ricetta?

            «Non lo so. So che l’altra mattina dopo tanto tempo abbiamo avuto un confronto franco. Nessuno ha mollato nulla delle proprie posizioni. Ma abbiamo parlato compiutamente, forse per la prima volta con onestà e libertà. Non abbiamo disegnato una sola scelta. Abbiamo tracciato un percorso. C’è in questo scenario anche l’idea di un seminario delle segreterie confederali sul tema del rapporto tra sindacato e politica. Rappresenta un fatto importante. Non è una cosa che non si nega a nessuno, come ha scritto qualche giornale malevolo (“Il Riformista” ndr). È un tema che non abbiamo mai affrontato tra noi. Occorre se non altro capire quale è il perimetro entro il quale agire. Può essere l’avvio di una modalità di relazione tra noi, diversa rispetto a quella esperimentata negli ultimi anni. Senza per questo uccidere il pluralismo».


            Nuove regole capaci di evitare malintesi e fratture?

            «E’ il problema che dobbiamo risolvere. Veniamo da esperienze diverse su cui riflettere tutti insieme».

            Con un Paese in affanno. Che farete?

            «La situazione economica è pesante, inquietante. Lo dice il numero d’ore di cassa integrazione, il numero d’aziende che chiudono. Con un governo in evidente difficoltà. Noi intendiamo sostenere una nuova politica economica con un’idea diversa di Paese, d’industria, di capitalismo. E vogliamo un confronto vero col governo, finora negato. Tutti e tre i sindacati hanno espresso un parere negativo, con diversi accenni, sulla legge Finanziaria. Ora renderemo nota una valutazione complessiva, accompagnata ad alcuni obiettivi sindacali. Una sorta di piattaforma in base alla quale misurare le iniziative di lotta».


            Fino allo sciopero generale?

            «La mobilitazione è da definire nelle forme e nei modi. Non è escluso nulla. Il problema è cercare le vie migliori per sostenere con la mobilitazione le nostre proposte. Non ci limitiamo a dire che la Finanziaria non va bene».


            E una trattativa col governo? Treu sul “Sole 24 Ore”, ha parlato di un sindacato tra Scilla e Cariddi, due mostri distruttivi…

            «Noi dobbiamo provare a mettere in campo un’iniziativa politica. Se poi il governo non accede alle richieste del mondo del lavoro e dei pensionati, passeremo alla mobilitazione. Non bisogna concedere alibi a nessuno. Devono essere chiare le proposte nostre e le risposte del governo. Questa è la nostra sfida. Anche il centrodestra è tra Scilla e Cariddi. Parla continuamente di dialogo e nella realtà nega tutto questo».


            Siamo alla vigilia di scontri elettorali. La Cisl è sempre stata favorevole a prospettive di centrosinistra. Col bipolarismo non è obbligatoria una scelta di campo?

            «Prima di tutto noi dobbiamo affermare, nel bipolarismo, che esiste una soggettività politica dei corpi intermedi, dei sindacati. Non possiamo delegarla a nessuno. Non sono io sindacato a dovermi schierare con l’uno o con l’altro. Sono loro, le forze politiche, a dover scegliere. Poi la gente giudicherà. Non possiamo entrare nel sistema politico come una componente in più o del governo o dell’opposizione. Io rivendico la mia autonomia e libertà anche verso governi di centrosinistra. Il bipolarismo semmai mi obbliga ad avere idee chiare e a riuscire a stare in campo confrontandomi con gli uni e con gli altri».


            Declino sindacale, non è un termine contraddittorio se si pensa al numero degli iscritti e alle elezioni sindacali?

            «Io parlo di declino politico».


            È mancata una strategia comune?

            «Anche. Per una serie d’esperienze per le quali ognuno di noi – mettiamola così – può pensare di aver avuto ragione. Ognuno ha provato a praticare una certa strada. Alla fine, certo, manteniamo un grosso radicamento sociale ma vediamo costantemente scemare il nostro ruolo politico. Questo vuol dire che ci dobbiamo dare una regolata. Una specie d’autoregolazione come dicevo prima. Noi come Cisl non siamo contrari nemmeno alle regole relative alla rappresentanza, siamo contrari a normative legislative. C’è un Paese da rifare ma c’è anche una rappresentanza del mondo del lavoro da rifondare. Soprattutto con una riforma del sistema contrattuale».


            Sono di ieri i nomi di bersagli del terrorismo, da Enrico Letta a dirigenti Cisl e prima è toccato ad altri dirigenti sindacali, per non parlare di Tarantelli, D’Antona, Biagi. È il riformismo moderato che eccita le violenze criminali?

            «Il riformismo è quello che più è attaccato da chi assume la violenza come strumento della politica. Perché sono l’uno l’opposto dell’altro. Il riformismo non è moderato, nel senso tradizionale della parola. E’ di chi cerca di conciliare la realtà con i valori. Tiene insieme la libertà con l’eguaglianza. Cerca di modificare le cose con gradualità. Il terrorismo è l’irrazionalità della politica. È un discorso che vale anche per le guerre».