Pezzotta chiude la porta alla trattativa

09/12/2003


07 Dicembre 2003

retroscena
Roberto Giovannini

IL SEGRETARIO DELLA CISL: NON SI PUO’ CORREGGERE UN PROGETTO

CHE NON STA IN PIEDI
Pezzotta chiude la porta alla trattativa
I leader di Cgil e Uil scommettono sul fattore tempo

ROMA
DAL palco di San Giovanni i leader sindacali non hanno lanciato la «proposta alternativa» sulla riforma delle pensioni. E non la lanceranno nemmeno entro l’11 dicembre, la data stabilita dal ministro del Welfare Roberto Maroni come limite estremo oltre il quale l’Esecutivo andrà avanti «a tutto vapore e da solo». Forse lo faranno a gennaio, dopo la pausa delle feste natalizie. Ma la vera novità che è emersa dalla manifestazione – che dal punto di vista numerico ha avuto il successo previsto un po’ da tutti – è un’altra, e sta nelle parole del segretario generale della Cisl Savino Pezzotta.

«La nostra proposta – ha detto nel suo comizio – arriverà, ne siano certi. Ma devono sapere che non sarà una proposta emendativa: non siamo interessati a correggere una proposta che non sta in piedi sia nel merito che nella forma». In altre parole, Pezzotta – che pure è più che mai convinto che il sindacato deve evitare una «gloriosa sconfitta» – sembra oggi chiudere la porta a una possibile trattativa mirata a correggere su un punto o su un altro il progetto varato dal governo.
Dal versante opposto del match sulle pensioni – governo e partiti della maggioranza – ogni mossa e ogni parola di Savino Pezzotta viene sempre attentamente soppesata ed analizzata. Non ci sono dubbi: ogni ipotesi di soluzione concordata di questo braccio di ferro (sotto forma di un accordo che tagli fuori la Cgil, o addirittura con l’intero sindacato, come avvenne nel 1994) non può che passare per un’iniziativa del numero uno della Cisl. E il primo ad esserne consapevole è il vicepremier Gianfranco Fini. E così, aveva destato sensazione la recente presa di posizione di Pezzotta, che al convegno di lunedì di «Eguaglianza & Libertà» aveva detto chiaro e tondo che il sindacato doveva mettere a punto una proposta negoziabile col governo, pena una «gloriosa disfatta» e l’approvazione della riforma nella versione voluta dal governo. Una apertura che secondo alcuni osservatori è stata motivata da «segnali» lanciati da Alleanza Nazionale e dall’Udc, che vorrebbero in qualche modo riaprire un canale di dialogo (prima) e un tavolo negoziale (poi). Una trattativa che sostanzialmente introdurrebbe aggiustamenti e correttivi al testo governativo all’esame del Senato, ma senza modificarne la struttura.
Ieri, da San Giovanni, Pezzotta sembra aver chiuso la porta a una ripresa del negoziato in tempi brevi. Il leader cislino, confidandosi con i suoi collaboratori, ribadisce la sua volontà di «fare il possibile per arrivare comunque a un confronto negoziale col governo, e di fare l’impossibile per andare a trattare con una posizione unitaria di Cgil-Cisl-Uil». Una linea, quella di Pezzotta, che però deve fare i conti con lo stato d’animo prevalente nel gruppo dirigente del sindacato di Via Po: troppo gravi e numerosi gli «schiaffi» inferti al sindacato dall’Esecutivo in questi mesi di fatti compiuti, troppo duro da digerire per il popolo cislino il giro di vite sulle pensioni di anzianità, troppo tardi per sganciarsi dalla unitarissima Cgil di Guglielmo Epifani. Tesi che presumibilmente verranno confermate martedì, nel corso della riunione dell’Esecutivo Cisl, in cui tra l’altro dovranno essere indicate le priorità per la predisposizione del documento unitario sulle pensioni.
Servirà tempo, e non poco, per mettere nero su bianco questa famosa proposta unitaria sulle pensioni, dicono i dirigenti della Cgil. Guglielmo Epifani e i suoi, è evidente, non credono che con questo governo sia possibile fare un vero negoziato: l’idea è che l’Esecutivo Berlusconi è un interlocutore inaffidabile, e che in ogni caso tutta la strategia di politica economica impostata da Giulio Tremonti si fonda sul via libera alla riforma delle pensioni come «contrappeso» di una finanza pubblica allegra che sarà agevolata dalle decisioni dell’Ecofin sul patto di stabilità. L’intenzione del gruppo dirigente di Corso d’Italia, in ciò opposta a quella di Savino Pezzotta, è quella di mettere a punto una controproposta così «alta e forte» da essere fondamentalmente indigeribile per l’Esecutivo. E a differenza del leader Cisl, secondo cui se il match andasse ai tempi supplementari la partita la vincerebbe il governo, Epifani scommette sul «fattore tempo» come utile alleato.
Il ragionamento – che è condiviso dal numero uno della Uil Luigi Angeletti – è che più passano i giorni, e più per il governo diventerà problematico riuscire a far approvare dal Parlamento la sua riforma. Dicembre, ormai, dal punto di vista parlamentare è «passato»: l’11 scadrà il termine per la presentazione degli emendamenti in Commissione Lavoro del Senato, ma quasi sicuramente il provvedimento sbarcherà in Aula solo in gennaio. Con l’anno nuovo, però, arriverà anche la verifica politica della maggioranza, con la conclusione del semestre di Presidenza italiana dell’Unione Europea. In casa Cgil e Uil si scommette che tra i tanti nodi che verranno al pettine ci sarà anche una riforma delle pensioni che anche nel centrodestra non convince tutti.
Difficile, naturalmente, fare previsioni. A giudizio di molti osservatori, il sindacato sarebbe riuscito a far tornare «calda» l’attenzione degli italiani sulle pensioni: non era così all’inizio dell’autunno, e la stessa decisione di Silvio Berlusconi di non spedire ai cittadini la famosa «lettera» annunciata a reti unificate sta a dimostrare che qualche preoccupazione nel governo c’è. E se partisse un vero confronto governo-sindacati sulle pensioni, non si potrebbe ragionevolmente chiudere in tempi rapidissimi. Ci si avvicinerebbe pericolosamente alle importanti elezioni amministrative di metà aprile. Insomma, come dimostrano tutti i sondaggi, la riforma delle pensioni continua a spaventare e non piacere alla maggioranza degli italiani, e il centrodestra rischia di pagare un prezzo elettorale pesante in elezioni che spesso si decidono per scarti modesti. Lo sa bene il sindaco di Bologna Giorgio Guazzaloca, che nel 1999 trionfò (a sentire molti diessini) anche per colpa di qualche dichiarazione di troppo dell’allora premier Massimo D’Alema in tema di previdenza. È probabile che il match sulla riforma sia ancora tutto da giocare.