Pezzotta cerca l’unità nella Cisl

09/11/2004

              martedì 9 novembre 2004

              sezione: ITALIA-LAVORO – pag: 19
              autore:
              Al via il dibattito interno per il congresso
              Pezzotta cerca l’unità nella Cisl
              Il leader vuole superare la divisione in due «anime»

              MASSIMO MASCINI

              ROMA • È cominciata ieri allo Sheraton di Roma Eur la battaglia congressuale della Cisl. L’assise confederale si svolgerà solo ai primi di luglio 2005, ma ieri c’è stato il primo, intenso dibattito all’interno dell’esecutivo. Una riunione a porte chiuse, lontano dalla sede confederale, con i telefoni rigidamente spenti, che è andata avanti fino a tarda notte. È stato un preludio di quanto avverrà nei prossimi mesi in tutti i congressi provinciali, regionali e di categoria, ma soprattutto è stata l’occasione perché tutti mettessero le carte sul tavolo, mostrando cosa si vuole fare, con chi e per quali ragioni.

              Il più esplicito è stato ovviamente Savino Pezzotta. Il segretario generale ha un obiettivo preciso, quello di evitare le risse all’interno della sua organizzazione, governarla con unità, preparando anche la successione. Al congresso si ripresenterà per la segreteria e senza alcun dubbio sarà rieletto. Ma il suo interesse è quello di eliminare gli attriti tra le diverse componenti storiche della confederazione per mostrare all’esterno un volto unitario e consentirle un’azione univoca.


              Per questo Pezzotta ha proposto, riscuotendo molti consensi, una «nuova unità», proponendo che al congresso si arrivi a votare tutti assieme una sola mozione che segni la politica da seguire. In pratica, la cancellazione delle differenze tra la minoranza e la maggioranza uscite dal congresso del 2001, quando l’ala più vicina a Sergio D’Antoni assieme ai fedelissimi del segretario generale era stata maggioranza, mentre era rimasta in minoranza l’altra ala, quella erede, sia pure ormai alla lontana, dei «carnitiani» degli anni settanta.


              I due gruppi, il primo (Centro-Sud, commercio, statali) guidato da Raffele Bonanni e l’altro (Centro-Nord, industria) che fa capo a Pier Paolo Baretta, si sono contrapposti negli ultimi quattro anni con alterne vicende, Ma, a giudizio di Savino Pezzotta, non hanno in realtà più motivo di esistere, almeno non come gruppi contrapposti, considerando che tutto è cambiato da allora. È cambiata l’economia, il quadro politico, con l’avvento del Centrodestra, e quello sindacale, e anche più volte considerando la recente storia sindacale; la battaglia per l’articolo 18, il Patto per l’Italia, le successive difficili esperienze con il Governo.


              Ce ne sarebbe a sufficienza, ha detto ieri Pezzotta ai suoi, per fare punto a capo e ricominciare tutto. Anche perché — questo lo aveva già scritto qualche settimana fa in un intervento proprio sul Sole-24 Ore — il Paese si trova di fronte a una vera e propria «questione sindacale» dala quale non riesce a districarsi, così grave da portare anche velocemente a uno scadimento politico del ruolo del sindacato nella società. Non forse alla sua scomparsa, perché una rappresentanza del lavoro ci sarà sempre, ma certamente a una perdita di peso sociale e quindi politico.


              Di qui la sua proposta di ricandidare tutta o quasi tutta la segreteria confederale e sancire formalmente la regola, già approvata dagli organi confederali, che consenta la permanenza nello stesso ruolo non più solo per otto, ma per dodici anni. Uno stratagemma per eliminare qualche problema personale e dare meno ansia a chi era sul punto di dover cambiare casacca.


              Una proposta alta quella di Pezzotta, che ha raccolto molti consensi, anche se ha suscitato qualche perplessità e sollevato qualche mugugno, destinati peraltro a rientrare nel tempo. Fatto è che il dibattito è andato avanti fino a tarda notte, anche perché Pezzotta aveva esplicitamente affermato che i segretari confederali avevano diritto di parola senza limitazioni.

              Normalmente in questi organi i segretari non prendono la parola, essendo rappresentati dal segretario generale, che parla a nome di tutti, ma l’interesse generale stavolta era al contrario quelo di sentire le diverse voci, per allargare quanto possibile il pluralismo.